Dia si racconta: “Non avevo idoli perché non avevamo la televisione, poi…”

Boulaye Dia sta conquistando tutti, compagni, tifosi e perfino gli avversari. Se poi ascolti la sua storia, non puoi non simpatizzare per questo ragazzo di 26 anni.

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Articolo di Redazione SDS24/09/2022

© “DIA” – FOTO MOSCA

Boulaye Dia sta conquistando proprio tutti, dai compagni ai tifosi, fino agli avversari. Se poi ascolti la sua storia, non puoi non simpatizzare per questo ragazzo di 26 anni. Complimenti a De Sanctis per essere riuscito a battere la concorrenza e ad aggiudicarsi il talento senegalese. Grande potenziale in avanti per la Salernitana con Piatek e Dia, i risultati sono lì a dimostrarlo. Segue una lunga intervista in cui l’ex Villareal si racconta ai colleghi di Sportweek.

Sei davvero così chiuso come dicono?

“No, è solo che mi piace rimanere solo con me stesso, coi miei pensieri. Però dipende anche da
chi ho davanti: se mi ispira simpatia
, se mi accorgo che tra noi c’è feeling, possono bastarmi anche soltanto due minuti per aprirmi“.

E cosa bisogna fare, per risultarti simpatico?

“Bisogna essere sé stessi, comportarsi in maniera naturale”.

Sei nato in Francia, sesto di sette figli di immigrati senegalesi. I tuoi quando sono arrivati in Europa?

“Molto presto. Mio padre aveva 18 anni quando è arrivato a Parigi. Ha lavorato in una fabbrica di materie plastiche, adesso ha smesso. Mamma invece ha sempre badato ai figli. Sono nato a Oyonnax, sotto le Alpi. Ho avuto un’infanzia dura, ma non mi sono mai arreso. Da dove vengo io i quartieri sono quasi tutti uguali, non c’è gente troppo ricca e altra troppo povera. Ci si aiuta gli uni con gli altri. E se vuoi sapere se ho avuto problemi per il colore della mia pelle, ti rispondo che no, le mie origini africane non mi hanno mai reso diverso dagli altri. Dove vivevo io si stava tutti insieme: bianchi, neri, asiatici, cattolici e musulmani”.

Come entra il calcio nella tua vita?

“I miei fratelli giocavano per le strade del quartiere, e io gli sono andato dietro. Non tifavo per nessuna squadra perché non avevamo la televisione per guardare le partite. Perciò da piccolo non avevo neanche un idolo. Più avanti ho ammirato Ronaldinho“.

A 12 anni ti scopre il Saint-Etienne.

“A Oyonnax venivano spesso gli osservatori di quel club e del Lione. Un giorno ricevo un invito dal Saint-Etienne per un provino. Papà si offre di accompagnarmi. Non siamo mai arrivati a destinazione: al casello l’auto si fermò per un guasto“.

Che era successo?

“Stavamo pagando il pedaggio quando dal motore comincia a venire su un rumore strano. Papà accosta, chiama il carro attrezzi. Tornammo a casa in taxi“.

Ti scappò qualche lacrima per il dispiacere?

“Dormii per tutto il viaggio. Arrivati, scappai a giocare coi miei amici”.

Possibile che non ci sei stato male? A 12 anni potevi finire in un club di Ligue 1…

“Ma a quell’età non pensi alla sfortuna, alle occasioni perse o a robe del genere. Mi dissi: c’est la vie, e ricominciai la vita di prima”.

Dopo cosa succede?

“Arriva un’altra chiamata, stavolta dal Lione. Mi invitano ad allenarmi coi loro ragazzi ogni primo mercoledì del mese. Vado, faccio tanti gol, ma sono piccolino, non cresco. A 15 anni ero il più basso di tutti: il Lione neanche credeva che avessi l’età che dichiaravo. Io non me lo spiegavo: oggi uno dei miei fratelli è alto 194 centimetri, gli altri sono intorno al metro e ottantacinque. Fatto sta, mi scartano. Due anni dopo inizio ad alzarmi”.

Intanto sei di nuovo tornato a giocare con gli amici…

A 18 anni mi diplomo elettricista. Faccio qualche lavoretto, anche se mi manca un altro diploma per considerarmi un elettricista vero e proprio. Lavoro pure in una fabbrica di auto: faccio le serigrafie sui telai”.

Pensavi ancora che il calcio potesse essere il tuo futuro?

“Pensavo di mettere i soldi da parte e riprovare col professionismo dopo un paio d’anni. Giocavo in settima divisione: se fossi arrivato in quarta ero sicuro che sarei salito ancora più su”.

L’occasione arriva cinque anni fa con l’ennesimo provino, stavolta addirittura in Galles.

“Alcuni procuratori francesi organizzarono un gruppo di ragazzi della mia età, ventenni, e lo portò in Galles, dove avevano agganci con qualche club. Il provino stavolta andò bene, ma quello che mi offrivano economicamente non era abbastanza per convincermi a lasciare la Francia”.

E al ritorno a casa, come va col pallone?

“Arrivo in quarta divisione, come mi ero ripromesso, e mi chiama il Reims, che mi seguiva già
quando ero stato al Lione. A marzo del 2018 mi chiedono se sono interessato a passare da loro. Rispondo: prima finisco il campionato allo Jura Sud, poi parleremo“.

Bontà tua, dici di sì ai professionisti.

“Col Reims gioco le amichevoli estive, poi mi spostano nella seconda squadra, dove segno 3 gol in 6 partite, e a ottobre vengo richiamato in prima“.

Se oggi dovessi raccontare la tua storia a un ragazzo, come la intitoleresti?

“‘Crederci sempre'”.

E se un tuo compagno ti chiama per risolvere un problema di luci a casa, come rispondi?

(ride e si dà grandi manate su una gamba) “Al Reims è successo davvero. Un giorno un compagno mi telefona: Boulaye, non mi funziona l’impianto elettrico di casa. Gli chiedo qual è il problema, gli spiego per filo e per segno come risolverlo e lui: non ci credo, stai sbagliando. Chiama un elettricista e quello gli conferma tutto ciò che gli avevo già detto io. Perciò, se adesso dovesse chiamarmi qualcuno, gli risponderei: ah, no, no, pardonne moi, ma non ricordo più niente!“.