Il pasticciaccio brutto di Boldi tedoforo, ultimo esempio di «Ahi, serva Italia»
Ne “L’Angolo del Beck”, Roberto Beccantini usa il caso Boldi tedoforo per tornare a Dante e all’eterna “serva Italia”: un Paese che prima esibisce e poi scarica, incapace di assumersi fino in fondo il peso delle proprie scelte.

A questi livelli non sarebbe arrivato nemmeno padre Dante. Quello di «Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello!» (Purgatorio, canto VI, vv. 76-78). Troppo in là. Oltre i più sgangherati processi che infestano i social; oltre l’assai poco rigore con il quale Brahim Diaz ha calciato il rigore nella finale di Coppa d’Africa tra Marocco e Senegal. Oltre tutti e tutto, persino al di là di «Over the rainbow».
Sto parlando del pasticciaccio brutto di Massimo Boldi, promosso e bocciato come tedoforo per l’Olimpiade invernale di Milano-Cortina (d’Ampezzo; e da un pezzo, vista l’attesa non proprio spasmodica), in programma dal 6 al 22 febbraio. «Cipollino» Boldi è un comico che intercettai all’alba della carriera al teatro Macario di via Santa Teresa, a Torino. E molto mi trastullai.
Tutto ciò premesso, che titoli aveva Boldi per impugnare la fiaccola? A scapito, per giunta, di atleti, medagliati e no, loro sì con le carte in regola e ignobilmente dimenticati o declassati? Si parla di qualche sponsor ballerino e/o birichino. Si mormora. Si maligna. Resta il fatto che proprio un’intervista a «il Fatto quotidiano» ha reso incandescente il «go and stop».
Vi giro il passo della messa al rogo: «Non ho mai mosso un muscolo. Non sono uno sportivo, ma il Comitato Olimpico mi ha chiamato e io ho accettato. E non ho preso un euro. Ci sono in realtà alcune discipline in cui sono un campione: la figa e gli aperitivi». Voto? Nel suo genere, alto. In chiave sportiva, un po’ meno. Ma non è questo il punto. O almeno, non solo questo. Il problema coinvolge i papaveri del Coni (Luciano Buonfiglio, Giovanni Malagò) e gli organizzatori: battezzando l’ottantenne protagonista di «Vacanze di Natale» (realizzato casualmente a Cortina), si aspettavano forse che avrebbe snocciolato l’ordine d’arrivo dello slalom speciale di Calgary 1988, primo Alberto Tomba, secondo Frank Wörndl, terzo Paul Frommelt?
Se è stato un errore arruolarlo, un errore ancora più grave è stato scaricarlo al primo stormir di «fronde». Traslocare da un attimo di ebbrezza propagandistica (in nome della «visibilità», ho letto) a un momento di resipiscenza coatta non offre sponde se non ai versi del Poeta citati in apertura, alla codardia di fondo che spesso ci accompagna nelle scelte.
Ecco perché, nell’affare Boldi, il mio sarcasmo va più alla «marcia indietro» del Movimento che non ai criteri che avevano portato alla «marcia avanti». Non potevano non sapere, lorsignori. E poi, tra spruzzi di borotalco e tamburi di rotocalco, non bisogna mai dimenticare che il motto coniato dal barone Pierre de Coubertin era e rimane «L’importante è partecipare». Ora, quale esempio più pregnante del Boldi «torceador» avrebbe onorato lo spirito dei Giochi? «L’ironia è il pudore dell’umanità», ammoniva Jules Renard.
Che occasione persa. Che Volta(&)gabbana. Che tristezza. Spossati e depressi, ci soccorre Gianni Infantino con il suo «Viva la Fifa». E, a ruota, lo Swiatek fans club: «Viva la Iga». Meno male.
