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Il Napoli deve cambiare modello organizzativo: ce lo dice la teoria degli errori

Il Napoli deve cambiare modello organizzativo: ce lo dice la teoria degli errori

©️ “ADL-GIUNTOLI” – FOTO MOSCA

Se porti un bue a Buckingham Palace, l’animale non diventa un lord ma sicuramente Buckingham Palace diventa una stalla.

Qualche giorno di quarantena (come se non ne avessimo vissute ultimamente), qualche giorno di penitenza prima di esternare un mio parere in merito a quanto si sta verificando in casa Napoli.

Il tempo giusto per smaltire la delusione ed evitare di ragionare di “pancia” anche se i calciatori ed i loro familiari, dopo pochi giorni, sui relativi profili social, già si esprimono con sorrisi e “stati” che sembrano non ricordare l’ennesima bucatura a pochi metri dal traguardo. Un comportamento che produce molto fastidio e che ci ricorda che il livello culturale dei calciatori, molto modesto in generale, difficilmente riesce a generare atteggiamenti intonati alla “galanteria professionale”.

A tal proposito, però, un piccolo inciso istintivo, c’è un modo di fare che mi produce ancora più fastidio del modo di agire poco galante dei calciatori: quei tifosi che dimenticano in fretta e che magari tra qualche giorno, appena li incontrano per strada oppure li ospitano nei loro negozi, si lasciano fotografare come se nulla fosse accaduto.

Se avessi un negozio, ad esempio di parrucchiere-barbiere, ed un calciatore del Napoli venisse a farsi l’acconciatura prenderei seriamente in considerazione l’idea di farlo uscire con una pettinatura completamente diversa da quella richiesta.

Giusto per fargli capire, consentitemi l’ironia, cosa significhi tradire le aspettative.

Ma accantoniamo i ragionamenti di “pancia” e ritorniamo ad una analisi più razionale.

Perché la responsabilità del risultato finale, anche di questa stagione, così come in qualsiasi organizzazione, è sempre dell’azienda-calcio. La responsabilità degli “errori” umani in una azienda, (andate a leggervi il “modello del formaggio svizzero” di James Reason) è sempre sistemica: in sintesi, se Meret è un manichino in porta da circa tre anni, i suoi “errori” (errori umani dovuti a incapacità tecnica) hanno la loro matrice nel processo di selezione dei calciatori: la responsabilità è di chi lo ha acquistato che non possiede le giuste competenze per valutare.

L’errore aziendale non ha origine dalla natura umana ma è più legato a fattori sistemici che ricorrono nei luoghi di lavoro e nei processi organizzativi nei quali emergono.

La contromisura da adottare è quindi cambiare le condizioni in cui l’essere umano lavora.

In altri termini il Napoli è una società che, lo ripeto da anni, deve ormai adattarsi ai cambiamenti e ai modelli vincenti.

Il Napoli deve passare dal modello, sebbene finora efficiente, “puteca” (che in napoletano significa “bottega, negozio”) al modello “azienda”. Deve abbandonare il modello dinastico-imprenditoriale per costruire un vero modello manageriale.

Sono un anti-papponista della prima ora (appartengo alla schiera di coloro che non considerano Aurelio De Laurentis un “pappone”) e sostengo da anni che Il Napoli sia una delle espressioni più’ efficienti di Napoli: bilanci in ordine, gestione etica del club, area amministrativa-legale da business school, una gestione del marketing di elevato profilo.

Da quando il calcio è divenuto business per imprenditori e uomini di affari, la gestione economico-finanziaria di una società di calcio ha assunto sicuramente un valore molto determinante per la realizzazione degli obiettivi sportivi. E ci ritroviamo quotidianamente, noi che eravamo abituati a discutere solo di tattica e di tecnica, ad utilizzare termini e linguaggi talvolta poco conosciuti nel loro effettivo significato. Talvolta come alibi per affogare le nostre delusioni sportive.

Ma esiste una regola fondamentale da non dimenticare per sopravvivere: la disponibilità di risorse economiche ed il loro impiego (dal 2015 – dati transfertmark.it – il Napoli ha speso circa 570 milioni di euro, non spiccioli, per le campagne acquisti!!) non sempre si accompagnano nello sport a buoni risultati sul campo.

Si può essere nei primissimi posti in questa speciale classifica, ma molto più lontani in quella che conta.

Il limite storico (nonchè fattore critico per il futuro del Napoli) è indubbiamente dato da una strutturazione della dimensione organizzativa che non è stata in grado non solo di adattarsi e di trasformarsi con successo di fronte alle nuove sfide della concorrenza, ma anche di anticiparle e di generare continui cambiamenti e innovazioni all’interno del mercato calcistico.

Una organizzazione in cui la squadra diverrà, quindi, parte integrante di una materia prima come lo “spettacolo” necessario per vendere diritti televisivi, abbonamenti e biglietti e il suo brand per sponsorizzazioni e merchandising (magliette e gadgets).

E voi avete mai visto appassionati di teatro o di cinema che ritornano a vedere una piece o un film di un regista che li ha delusi nelle sue performance precedenti? La vicenda Superlega, a tal proposito, ha rafforzato il principio che il mercato (abbonamenti, payperview, merchandising, ecc) nel calcio è in mano ai tifosi.

Non si può, quindi, prescindere dal fatto che questa società dovrà fondare la propria azione futura su due aspetti:

1. Chi (chi? Direttore sportivo o presidente?) gestisce la selezione del personale nella squadra del Napoli in occasione delle campagne acquisti-cessioni, sembra non avere le competenze o gli strumenti per fare una valutazione complessiva del potenziale psicologico dei calciatori. Nelle società di calcio, aziende che in Italia fatturano circa 4,7 mld di euro e rappresentano uno dei 10 principali settori industriali del paese, il calciomercato è un importante momento della vita aziendale assimilabile ai processi di selezione del personale tipici delle imprese operanti negli altri settori industriali. Un momento fondamentale per la ricerca dell’efficienza del business. Si tratta della fase in cui si ricercano le figure-chiave dell’organigramma aziendale, i calciatori appunto, quelli che “realizzano il prodotto” che deve poi essere venduto dai manager dell’azienda per fare profitti. Perché in genere, oltre alle abilità tecniche, per i calciatori sono molto importanti anche le competenze psicologiche. Ed i calciatori del Napoli hanno di mostrato di essere, negli anni, solo dei “fantastici perdenti”.

2. L’assoluta preminenza della comunicazione nel disegno organizzativo; Il sistema comunicativo ricopre un ruolo centrale all’interno del nuovo modello organizzativo poiché permette di gestire in modo differenziato e specifico i diversi pubblici interni ed esterni. Anche nel calcio i manager tuttologi producono solo disastri; occorrono specializzazioni e competenze. L’ultimo comunicato stampa pubblicato su Twitter pensavo fosse uno scherzo di qualche utente che aveva preparato una fake-news. Neppure Peppe ‘o salumiere, nella gestione dei suoi profili social, fa questi errori!

Non occorre frequentare la Bocconi o leggere un manuale universitario per capire che figure come quelle di un direttore sportivo o di un responsabile comunicazione servano esattamente a gestire “l’ambiente”, a evitare che le inevitabili tensioni presenti in gruppi di lavoro di lingua e nazionalità diversa si inaspriscano fino al punto di rottura e vengano comunicate in un modo alquanto ridicolo.

E allora chiediamoci: il Napoli è organizzato in tal modo?

Perché se la risposta è negativa, se le grandi vittorie non arrivano neanche con allenatori aventi competenze e stili leadership completamente diversi (Mazzarri, Benitez, Sarri, Ancelotti, Gattuso, Spalletti), se gli allenatori e i calciatori quando lasciano Napoli poi vincono altrove (Sarri, Ancelotti, Cavani, Lavezzi, Higuain, Jorginho, Albiol), allora dobbiamo porci un’altra domanda: i brillanti risultati di gestione economico-finanziaria saranno duraturi anche per la “puteca”?

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