Il crepuscolare Gozzano, l’angelo smarrito Mané e Dieguito come Borges
In questa maradoneide, Darwin Pastorin intreccia la poesia crepuscolare di Guido Gozzano con il calcio romantico di Garrincha e Maradona, trasformando il declino del football moderno in una malinconica riflessione letteraria sul talento, la nostalgia e le occasioni perdute.

Il mio Anastasi della letteratura, il poeta che più amo, è Guido Gozzano. E finalmente tutti hanno capito l’importanza “rivoluzionaria” del cantore delle buone cose di pessimo gusto. Crepuscolare per definizione, ma in realtà innovatore autentico: soprattutto nelle stagioni di Pascoli e, ancor più, di Gabriele D’Annunzio, il Vate del Superuomo, dell’Io esagerato ed esasperato, delle imprese eroiche.
Eugenio Montale fu tra i primi — e tra i pochi — a comprendere la grandezza di Gozzano, che scavalca e rovescia D’Annunzio “per approdare in un terreno suo”, lui “che entrò nel pubblico familiarmente, con le mani in tasca”. Guido, dopo averlo ammirato, “cancella” Gabriele con un taglio netto:
“Oggi l’alloro è premio di colui
che tra clangor di buccine s’esalta,
che sale cerretano alla ribalta
a far di sé favoleggiar altrui”.
La rivoluzione di Gozzano
Gozzano, rovesciando il canone tradizionale, il romanticismo ancora imperante e il decadentismo allora in voga, concepisce una nuova poetica: porta nelle sue rime il dialogo e il dialetto; confessa, con distacco e con un sorriso amaro, l’incapacità di amare; mette in un angolo le donne fatali, mute e irraggiungibili, interrompendo la cascata di rose sulle Beatrici stilnoviste.
Canta gli amori ancillari e la Signorina Felicita, alla quale dice:
“Sei quasi brutta, priva di lusinga”.
E poi gli dobbiamo una delle rime più folgoranti della letteratura italiana: camicie con Nietzsche. Siamo nel 1905.
In un convegno ad Alessandria, dedicato al professor Stefano Jacomuzzi — al quale devo la passione gozzaniana grazie a un indimenticabile corso alla facoltà di Lettere di Torino — paragonai quella rima all’imprevedibile finta di Mané Garrincha, la sbilenca ala destra brasiliana, l’angelo dalle gambe storte. Mi aspettavo fischi e rimproveri dai docenti presenti. Ricevetti invece l’abbraccio di Claudio Magris e Gian Luigi Beccaria.
E penso a Diego Armando Maradona come a un inimitabile Jorge Luis Borges della pelota.
Il calcio perduto e le “buone cose di pessimo gusto”
Gozzano è attuale anche nel nostro calcio. Soprattutto pensando agli arroganti del nostro opaco football, gente “che tra clangor di buccine s’esalta”.
Ma ormai siamo arrivati al “troppo tardi” gozzaniano: alle promesse non mantenute, al dribbling sostituito dal marketing, al cuore rimpiazzato dall’algoritmo, alla passione piegata al business. Siamo davvero alle buone cose di pessimo gusto: un tentativo inizialmente incoraggiante che conduce poi al disastro totale, alle scelte sbagliate. E oggi il nostro pallone soffre
“la pena di chi sa la sua tristezza vana e senza mete”,
cacciato via dalla fase mondiale per la terza volta consecutiva.
E a me, come a tanti altri, non resta che ripetere, sino alla paranoia i versi di Cocotte di Guido Gozzano:
“Il mio sogno è nutrito d’abbandono, di rimpianto.
Non amo che le rose che non colsi,
non amo che le cose
che potevano essere e non sono state…”.
Ritornerà lo spirito di un tempo? No, non credo. Ma spero, ovviamente, di sbagliarmi.
