Cosmi e quella ferita che resterà per sempre

Serse Cosmi, Salerno e un sogno spezzato al Rigamonti

Articolo di Giovanni Santaniello28/05/2026

C’è un’immagine che dice tutto senza bisogno di parole. Serse Cosmi al triplice fischio del Rigamonti nella semifinale dei Playoff di serie C, che deve essere trattenuto da Eugenio Corini, il suo avversario, l’uomo che l’ha appena eliminato, mentre l’adrenalina gli trabocca dal corpo come da un contenitore troppo piccolo. Un uomo di sessantotto anni che non riesce a stare fermo, che non accetta, che brucia. Non dalla rabbia cieca di chi perde male, ma da qualcosa di più antico e più profondo: dal dolore di chi aveva promesso qualcosa a qualcuno e non è riuscito a mantenere la promessa. Quella promessa si chiamava Serie B. Quella gente si chiamava Salerno.

Bisogna capire cos’è Salerno per capire perché Cosmi bruciasse così. Non è una città che ama il calcio: è una città che è il calcio, nel senso che il tifo granata è una delle poche costanti che attraversa generazioni, crisi economiche, disastri sportivi e rinascite. L’Arechi, uno stadio costruito in riva al mare, sotto la luce radente del Golfo, è uno di quei luoghi in cui il pallone ha ancora la sua dimensione epica e popolare. Ma negli ultimi due anni Salerno aveva patito. La caduta dalla Serie A, l’annegamento lento in Serie B, poi il precipizio in C. Una città troppo grande, troppo calda, troppo viva per una categoria che le sta stretta come una giacca presa per sbaglio. Eppure aveva conservato il fuoco sotto la cenere, come sa fare solo chi è abituato a sopravvivere alle proprie rovine.

Ed era arrivato lui. Serse Cosmi. Umbro di Ponte San Giovanni, voce roca, sguardo diretto, uno che dice cose scomode a chiunque compreso sé stesso. Un allenatore che non ha mai smesso di essere un uomo di campo nel senso più fisico del termine: uno che sente il calcio con le spalle, con le mani, con i piedi. Con Salerno era successa una cosa rara. Cosmi non aveva soltanto allenato una squadra. Aveva preso una piazza, l’aveva guardata negli occhi, e lei lo aveva guardato indietro.

Al Rigamonti, nel ritorno della semifinale, la Salernitana si presentava sull’1-1: tutto aperto, tutto possibile. E invece il destino ha preferito la crudeltà del caso alla logica del merito. Quattro errori nella stessa azione dopo cinquanta secondi. Un gol subito quasi prima di cominciare. E poi l’infortunio del portiere Donnarumma, che ha bruciato anche uno slot dei cambi, lasciando la squadra in balia di un’emergenza gestionale oltre che emotiva. Il giovane Brancolini, entrato a freddo in una partita così delicata, aveva fatto del suo meglio. Ma il copione era già scritto.

Eppure Cosmi, nel post-partita, non si è nascosto. Ha difeso i suoi ragazzi con la stessa intransigenza con cui qualche mese prima li aveva fustigati, ha parlato di episodi sfortunati e di cattiveria mancata negli ultimi sedici metri, senza cercare alibi nell’arbitro né nelle stelle avverse. Ha ricordato che non perdevano dalla gara interna col Benevento, che il percorso era stato lungo e dignitoso, che la squadra era cresciuta partita dopo partita. Parole di un allenatore che sa leggere le cose per quello che sono, senza sconti ma anche senza accanimento.

Poi ha smesso di parlare di calcio. E ha cominciato a parlare di qualcos’altro.

Il cosmo di Cosmi: tutto il peso di una promessa

Ha detto di aver visto lacrime vere negli occhi dei suoi giocatori. Ha detto che si dispiace soprattutto per quella gente, dopo quello che aveva patito negli ultimi due anni. Non per la società, non per il presidente. Per quella gente. Parole scelte con la precisione di chi sa esattamente il peso di ciò che pronuncia.

E poi la frase che squarcia tutto: avrebbe voluto portare sua nipotina sotto la curva nella finale.

Non c’è nulla di calcistico in questa frase. C’è tutto di umano. Un lupo del calcio italiano con la pelle conciata da decenni di panchine che aveva cucito attorno a un sogno professionale anche un sogno privato, una bambina, una curva granata, un’esultanza da condividere nel posto più caldo del Sud. È la misura esatta di quanto Salerno fosse entrata dentro di lui. Non come una tappa di carriera. Come un’appartenenza.

Questa ferita resterà per sempre, ha detto. E non suona come la retorica post-partita di un allenatore in cerca di consolazione. Suona come la verità secca di un uomo che sa riconoscere i momenti che marchiano.

Rimane aperta la questione del futuro: Cosmi ha detto che rimarrebbe anche per chiudere qui la carriera, ma che è troppo presto per parlarne, con una situazione societaria ancora in stallo. Il calcio che riprende i suoi diritti dopo che per una sera aveva lasciato spazio all’umano.

Ma quello che conta, quello che rimarrà al di là degli organigrammi e dei contratti, è un uomo di lungo corso che davanti ai microfoni di una tv locale del Sud ha confessato di aver sognato. Di aver sognato di regalare la Serie B a Salerno. Di aver sognato di portare sua nipote sotto la curva.

A loro posso solo dire grazie, ha concluso, rivolto ai tifosi granata venuti fin a Brescia con le sciarpe e gli occhi lucidi.

Grazie. La parola più difficile per chi non è abituato a cedere. La parola di chi ha già capito che certe piazze non si lasciano davvero mai.

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