Nicola: “In Serie A ogni avversario ha qualità”
Davide Nicola, allenatore della Salernitana, ha rilasciato una lunga intervista ai microfoni de L'Ultimo Uomo, parlando di diversi temi.

©️ “NICOLA” – FOTO MOSCA
Davide Nicola, allenatore della Salernitana, ha rilasciato una lunga intervista ai microfoni de L’Ultimo Uomo, parlando di diversi temi. Di seguito, le sue parole:
Sulle partite con Juventus e Lecce: “Io nelle conferenze stampa parlo delle caratteristiche degli avversari che incontreremo, che è importante conoscere perché noi dobbiamo sapere dove sviluppare il nostro gioco, dove colpire. Allo stesso tempo, avendo l’umiltà di capire che siamo in Serie A e ogni avversario è qualitativo, anche loro avranno una strategia di gioco che noi dobbiamo conoscere per limitare. La partita di Torino ha dimostrato che in questo momento la Juventus è in difficoltà, ma il loro modo di stare in campo è diverso da quello del Lecce. Loro non ti tolgono spazi, loro giocano. Poi rallentano il gioco, non sono una squadra aggressiva, per cui non ti tolgono spazi. Se però ti trovano l’uno-due mortifero vanno in vantaggio, poi ti portano sui loro ritmi perché pensano già alla partita successiva. Ti cambiano le strategie di gioco perché hanno tre modi di stare in campo. Già abbassando o spostando un giocatore, ti cambiano tutte le uscite in pressione. È una difficoltà cognitiva non indifferente. È una squadra difficile perché non è riconoscibilissima, perché c’è un allenatore per cui i principi contano più degli schemi e delle posizioni, porta l’avversario a dover ragionare. Bella la partita con la Juve, abbiamo dimostrato che possiamo essere competitivi, lo avevamo già dimostrato con la Roma. Ma arriva un altro avversario che mostra delle difficoltà diverse, che devi essere bravo a riconoscere e limitare”.
Sulle squadre piccole che pressano di più e fanno più gioco: “È vero, ma questa è un’evoluzione verso una cultura sportiva che dovrà progredire sempre di più. Il confronto con l’Europa, con i vari campionati – lasciamo stare i quattro campionati più importanti – tante altre nazioni stanno acquisendo consapevolezza, competenze, programmazione per orientare la loro crescita. Favorire le competizioni europee – la Champions League tanto quanto la Conference – ha contribuito all’esportazione di una certa idea di calcio nel mondo, ha contaminato le idee. Prima noi italiani venivamo apprezzati per certe cose, e apprezzavamo gli altri per cose differenti. Metti anche che ogni anno arrivano da noi giocatori e allenatori di altri campionati.
C’è anche un’esigenza di spettacolo diverso, legato alle regole e al loro cambiamento per aumentare la produzione di gioco, per creare occasioni in più, per favorire lo spettacolo, per rendere una partita più divertente. Un tifoso si diverte di più a una partita con molte transizioni, perché aumenta il livello emotivo del seguire un’azione dopo l’altra. A me sembra che oggi è cambiato il significato di velocità, ha assunto un connotato di emotività: tutto ciò che è più veloce, più intenso, ti sembra che ti dia qualcosa in più, lo vivi meglio.
Sulla costruzione dal basso: “Prima non si poteva giocare al calcio se non si costruiva dal basso, adesso non si può giocare al calcio se non si lancia lungo. Il bello del calcio è che tutti possono dire tutto e il suo contrario, darai sempre l’illusione di avere in tasca una verità. Una volta che tu sai che funziona così, raccogli e rilanci solo le considerazioni che magari pensi che possano essere pubblicate. Ma l’informazione di qualità gli addetti ai lavori la riconoscono subito, la studiano, cercano di confrontarla con le proprie impressioni, di oggettivarla attraverso i dati.
A me non interessa se era una moda prima o lo è adesso. Il vero limite di chi parla di calcio, io credo, è che se esce un concetto nuovo, sembra che se tutti non parliamo di quel concetto siamo fuori dal mondo. Per me dovrebbe valere un altro approccio: esce un concetto, lo analizzo, se mi da spunti per migliorare il mio pensiero, devo poter essere libero di seguirlo. Oppure no. Ma se diventa un’imposizione perché altrimenti divento démodé se non seguo quel concetto… secondo me démodé diventa questa visione di dover andare tutti costantemente in un’unica direzione. La vera ricchezza è la differenziazione di pensiero. È la libertà di scegliere strategie diverse. Il bello del calcio è questo: tu fai una cosa, io posso farne un’altra; io cerco di mettere in difficoltà te, tu cerchi di creare difficoltà a me. Se entrambi facciamo la stessa cosa, diventa solo una questione meccanica o solo di assoluta qualità. Ma laddove la mia qualità è inferiore alla tua, se cerco di batterti sullo stesso territorio, probabilmente perderò sempre. Devo essere intelligente, devo portarti su un altro territorio dove forse sarai battibile.
Io ho mantenuto sempre la mia idea: il gioco inizia nel primo terzo di campo, ma io devo arrivare nell’ultimo terzo e ho cento minuti a disposizione per arrivarci il più alto numero di volte possibile. La costruzione dal basso è una lettura sistematica rispetto a come si posizionano gli altri, in funzione di cosa fanno. Se l’avversario mi aspetta, non mi pressa, io non costruisco dal basso, inizio velocemente e vado. Non ho bisogno di posizionare uomini, non ho nessuna linea di pressione da saltare, perché costruire? Inizio. Ma se l’avversario mi porta pressione è perché ha una strategia, e il mio scopo sarà creare due-tre situazioni perché non sappia mai quando proverò l’una o l’altra. Ma il mio obiettivo è sempre arrivare lì [nell’ultimo terzo, ndr] per creare più occasioni possibili per fare gol.
E quindi: abituare i giocatori a contare la parità numerica o a capire che se c’è superiorità numerica si può uscire velocemente. Battere linee avversarie, conquistare spazi: meno tempo ci metto, meno passaggi ci metto e meglio è. Perché vuol dire che arriverò di là più volte nel tempo che ho a disposizione”.
