Paola Pigni, una donna diventata simbolo dell’Atletica
Paola Pigni dimostra come anche le donne abbiano le carte in regola per gareggiare perché quello che conta sono la volontà e l’allenamento.

Una storia di cinquant’anni fa. È il 31 dicembre 1971, anche allora un venerdì. Sulla pista dello stadio dell’Acquacetosa, zona nord di Roma, sono arrivati in mille per partecipare alla Maratona di San Silvestro, nata sei anni prima dall’intuizione di Enrico Spinozzi e dei dirigenti del Cus capitolino. Piove e fa freddo, ma al via nessuno ci fa caso.
C’è Franco Arese, che chiude il suo 1971 d’oro (titolo europeo dei 1.500 e sei primati italiani), mettendo a frutto un dicembre di superlavoro (30 allenamenti per un totale di 800 chilometri) e che alla fine vincerà anche questa gara; c’è Franco Fava, anni 19, compiuti il 3 settembre, l’uomo nuovo del mezzofondo azzurro (sarà ottavo sui 42,195 chilometri olimpici a Montreal 1976) e che si ferma a otto chilometri dalla conclusione; c’è Umberto Risi, primatista italiano dei 3.000 siepi e vincitore dell’edizione del 1970.
Ma c’è soprattutto lei, Paola Pigni: nel 1969 ha vinto il bronzo dei 1.500 agli Europei Atene; nel 1970 ha sposato il suo allenatore, Bruno Cacchi; nella primavera del 1971 è diventata mamma di Chiara; il 9 settembre 1972, conquisterà il bronzo olimpico a Monaco di Baviera ancora nei 1.500 metri. La presenza di una donna, nella maratona, è una novità assoluta. Fino al 1967, alle donne era addirittura vietata la gara di Boston e soltanto a Los Angeles, nel 1984, per le ragazze si spalancheranno le porte dell’Olimpiade, 88 anni dopo la prima edizione dei Giochi dell’era moderna, quella vinta dal greco Spiridon Louis.
La mezzofondista della SNIA, che il giorno prima ha compiuto 26 anni, scrive la storia, non solo perché corre in 3.00’47”, che è un gran tempo per allora, ma soprattutto perché spezza un tabù, arrivando al traguardo affaticata, ma composta e perfettamente presente a sé stessa. Il boom della corsa arriverà qualche tempo dopo, grazie all’intuizione di Fred Lebow, che nel 1976 lancia la classica di New York, sebbene la gara avesse visto la luce un po’ in sordina già nel 1970, con 120 runners su un percorso all’interno di Central Park.
Il futuro però nasce sulle strade di Roma, sotto la pioggia del 31 dicembre di cinquanta anni fa: la corsa di Paola Pigni dimostra come anche le donne abbiano le carte in regola per battersi nella prova più lunga e più affascinante di tutto il programma, perché quello che conta sono soltanto la volontà e l’allenamento, come dimostrano le migliaia di praticanti al femminile che corrono la maratona ogni anno e in ogni angolo del mondo.
Se tutto questo oggi è possibile, è anche perché ci sono state donne coraggiose, come Paola, entrata nella storia dell’atletica non soltanto per le sue vittorie (tante, in lista e sui prati delle campestri), ma soprattutto per avere cambiato il modo di intendere lo sport, per avere avuto la forza di sconfiggere i pregiudizi, esplorare territori che sembravano inaccessibili, aprire nuove vie. E non è un caso che nel 2016 il suo nome sia finito su una delle pietre del Cammino della Gloria, al Foro Italico.
