Il calcio non l’hanno inventato gli inglesi: lo ha creato il cuore dell’uomo
Parte oggi “L’anima di Partenope”, la rubrica con cui Giancamillo Trani ci accompagnerà ogni settimana in un viaggio tra storia, mito e passione. Dall’antico episkuros greco, ai campetti dei vicoli, dalle leggende dell' harpastum di Roma al calcio degli inglesi, il pallone diventa simbolo universale di identità e sentimento. Perché il calcio, prima ancora che un gioco, è un atto d’amore collettivo.

Sono in tanti a rivendicare i natali del gioco del calcio: in primis gli inglesi che, come noto, lo chiamano football, lo codificarono tra il 1857 ed il 1863 e se ne considerano i padri storici.
Tuttavia, gli Albionici dimenticano che, nella Firenze medicea del XV secolo, si praticava già il gioco del calcio noto come “calcio storico” o “calcio in costume” (in realtà, più simile al rugby che al calcio). Ma neppure i fiorentini sono i creatori del gioco: gli antichi Romani lo conobbero in Grecia, dove si chiamava episkuros, lo modificarono e lo importarono in tutto l’Impero con il nome di harpastum. Si giocava con una palla più piccola, simile a quella della pallamano, e divenne una disciplina molto diffusa nell’allenamento dei gladiatori e dei militari. Pur essendoci qualche frammento letterario che ne parla, non ci sono notizie attendibili che ci illustrino le regole di questo gioco: sappiamo solo che si giocava su un terreno sabbioso, 9 contro 9 oppure 30 contro 30 (dipendeva dalle dimensioni del campo); gioco molto violento, quasi un corpo a corpo, per segnare il punto bisognava oltrepassare una linea con la palla.
Certamente, il merito degli inglesi, grande popolo di naviganti, è quello di aver esportato il football in tutto il mondo: nacquero la scuola danubiana (Ungheria ed Austria) che molto influenzò il calcio italiano, il calcio nostrano, quello olandese e via discorrendo.
Tuttavia, sempre per effetto della colonizzazione anglosassone, lì dove il calcio attecchì in maniera particolare fu il Sudamerica: Argentina, Brasile ed Uruguay che diedero vita ad altrettante “scuole” e che – da sempre – si disputano il primato nel calcio, in opposizione alla presunta superiorità del calcio europeo. Volendo sintetizzare al massimo il discorso, potremmo dire che il calcio europeo è più veloce, più fisico ed estremamente tattico; il calcio sudamericano è più lento e compassato, si privilegia la tecnica individuale e poi c’è quel mix di passione, romanticismo, amore e “garra charrua” (un misto di tenacia e coraggio abbinata ad una feroce volontà di reagire alle avversità), che da sempre coinvolge tutti gli abitanti dell’America Latina, ma anche tanti appassionati di tutto il mondo.
In Sudamerica il calcio è talmente sentito che perfino grandi scrittori gli hanno dedicato pagine importanti: penso – fra tanti – all’uruguaiano Eduardo Galeano (1940 – 2015) ed all’argentino Osvaldo Soriano (1943 – 1997). Galeano al calcio ha dedicato il suo il suo “Splendori e miserie del gioco del calcio” (1997), un’analisi della storia di questo sport. Il grande scrittore lo paragona ad una recita teatrale e ad una guerra; critica il patto scellerato con le multinazionali e attacca gli intellettuali di sinistra che rifiutano, per ragioni ideologiche, il gioco ed il suo fascino nei confronti delle masse. Soriano nel suo libro “Fútbol. Storie di calcio” raccoglie racconti a tema calcistico scritti tra il 1983 e il 1997: ci sono ritratti di personaggi del mondo calcistico latinoamericano completamente sconosciuti al grande pubblico.
In fondo, il calcio non appartiene a nessun popolo, ma a tutti coloro che sanno emozionarsi. Dall’harpastum romano ai campetti polverosi di Buenos Aires, fino ai vicoli di Napoli dove un pallone consunto diventa ancora un sogno collettivo, questo gioco ha attraversato i secoli mutando forma ma non sostanza: è sempre rimasto un linguaggio universale.
Un linguaggio fatto di gesti, di attese, di passioni che non conoscono confini né classi sociali.
E se gli inglesi lo hanno codificato, i sudamericani lo hanno cantato, e gli italiani – soprattutto i napoletani – lo hanno trasformato in poesia.
Perché il calcio, più che un’invenzione, è un sentimento. E come tutti i sentimenti, non nasce da una data, ma da un battito.
