Gli dei nascosti che incantavano Maradona
Nel solco de “L’Anima di Partenope”, la rubrica di Giancamillo Trani, un viaggio tra i talenti segreti che Maradona venerava: storie invisibili al grande calcio ma luminose per chi sa guardare nell’anima del pallone.

Ci sono storie che nascono lontano dai riflettori, in campi di periferia, tra polvere e sudore. Storie che non hanno bisogno di coppe o di prime pagine per diventare leggenda. Diego le conosceva bene. Perché prima di diventare un dio del pallone, era rimasto un devoto. E i suoi santi laici, i suoi veri incantesimi, avevano due nomi che l’Europa ha appena sfiorato, ma che in Sudamerica valgono come segreti custoditi tra iniziati: all’argentino Tomás Felipe Carlovich, ed Il salvadoregno Jorge Alberto González Barillas. Sono Due anime randagie del calcio, due artisti senza palcoscenico. Due talenti così puri da essere considerati da Maradona migliori di lui stesso. È lì che comincia questo viaggio: nelle pieghe del mito, dove il calcio non è più un gioco ma una forma di rivelazione

Carlovich (1946 – 2020) di origine croata, era un ragazzino di Rosario, nato con lo stigma del calcio, benché abbia giocato solo in Argentina e, tutto sommato, se si eccettuano il Rosario Central ed il Newell’s Old Boys, militato in squadre di secondo piano. Soprannominato da un suo vicino di casa El Trinche (il forchettone, ma non si capisce il perchè) Carlovich era un centrocampista centrale, dotato di tecnica sopraffina e dal dribbling fulminante, ma estremamente lento e compassato.
Nella sua carriera si ricordano il “doppio tunnel” (avanti ed indietro) realizzato più volte in carriera ed invocato, a gran voce, dalle tifoserie nonchè la sua abilità nei calci piazzati.
Una volta, nel corso di una partita, scartò tutti e dieci i calciatori avversari ed andò in goal; prima di calciare le punizioni “di prima” era solito sedersi sul pallone per studiare il piazzamento del portiere e della difesa avversaria, al punto che gli arbitri dovevano sollecitarlo veementemente a riprendere il gioco.
Nel 1974, prima dei Mondiali di Calcio in Germania, la nazionale argentina giocò un’ultima partita di preparazione contro una rappresentanza di calciatori di Rosario (tra questi, oltre allo stesso Carlovich, c’erano giocatori famosi quali Mario Kempes, Mario Zanabria, Daniel Killer, Carlos Aimar): il primo tempo terminò 3 a 0 per la rappresentativa di Rosario. Il selezionatore argentino chiese al collega di far uscire Carlovich che stava umiliando la nazionale, cosa che avvenne intorno al quarto d’ora della ripresa (per inciso, la partita terminò 3 a 1 per la squadra di Rosario).
Famosi allenatori argentini come Pekerman e Menotti ebbero sempre parole di sincero apprezzamento per Carlovich; ma il più grande complimento glielo riservò proprio Maradona che, approdato al Newell’s Old Boys nel 1993, fu salutato da un giornalista come il miglior calciatore al mondo. El Pibe rispose: «Il miglior calciatore ha già giocato a Rosario, e il suo nome è Carlovich!».
Nel 2019, il giornalista e scrittore italiano Federico Buffa, ha portato in teatro la storia di Carlovich con uno spettacolo dal titolo “Esta noche juega El Trinche”, regia di Pierluigi Iorio.

Jorge Alberto González Barillas detto “El Mago” classe 1958, ruolo centrocampista offensivo, nel 2003 fu proclamato miglior giocatore salvadoregno di tutti i tempi. Di statura normale, in possesso di ottime doti tecniche, aveva nel suo bagaglio calcistico tutti quei colpi che mandano in visibilio gli spettatori: tunnel, rabone, dribbling stretti e giocate di fino. Tra il 1982 ed il 1991 giocò in Spagna, con il Cadice, dove fu ribattezzato “Magico González” e dove si fece conoscere ed apprezzare anche dal pubblico europeo.
Come tutti i grandi fuoriclasse, però, il campione salvadoregno accoppiava genio e sregolatezza: si presentava tardi agli allenamenti, talvolta risultava totalmente abulico in campo, non conduceva uno stile di vita tipico dell’atleta, fu anche accusato di violenza sessuale. Si ritirò dal calcio giocato a 44 anni. E’ il terzo marcatore della nazionale di El Salvador con 21 reti.
I suoi eccelsi mezzi tecnici furono riconosciuti dallo stesso Maradona, che ebbe modo di dichiarare al quotidiano spagnolo “El País” che riteneva González superiore anche a sé stesso.
Nel 2006 lo scrittore salvadoregno Geovani Galeas scrisse e presentò un lavoro teatrale dedicato a González, intitolato “San Mago, patrón del estadio”.
Forse è proprio questo il lascito più prezioso che ci arriva da Diego: la capacità di riconoscere la grandezza dove il mondo non guarda, di innamorarsi del talento puro anche quando non diventa epica planetaria. Carlovich e Mágico sono rimasti sospesi nel tempo, custodi di un calcio che non ha bisogno di statistiche per esistere. E se Maradona, il più grande di tutti, li ha scelti come fari, allora vale la pena ascoltare il suo sguardo.
Perché certe storie non chiedono gloria: chiedono solo di essere raccontate.
