Dal cavallo sacro al ciuccio di Fechella. La lunga corsa dell’anima napoletana

In “L’anima di Partenope”, Giancamillo Trani ricostruisce la storia profonda e contraddittoria del cavallo rampante, simbolo antico di Napoli, nato tra Etruschi, Romani, Svevi e Borbone. Un emblema di potenza, libertà e cultura equestre che attraversa i secoli, fino a rovesciarsi ironicamente nel ciuccio di Fechella, mascotte popolare del Napoli calcio. Perché a Napoli anche i simboli nobili finiscono per sporcarsi le zampe nella realtà, senza perdere dignità

Articolo di Giancamillo Trani27/12/2025

Sono in pochi coloro che conoscono le origini del cavallo rampante che compare sullo stemma della  Città Metropolitana di Napoli. Per comprenderle appieno dobbiamo tornare a ritroso nel tempo, quando gli Etruschi scelsero l’area capuana per impiantare i loro allevamenti equini, in un ambiente climatico favorevole, a ridosso degli insediamenti greci della costa flegrea, dove successivamente i Romani ereditarono la razza e la incrociarono con cavalli berberi importati dal Nord Africa, generando i migliori esemplari per la Corte Imperiale. In seguito, Federico II portò a Napoli dei cavalli orientali, veloci e leggeri, che si fusero con quelli locali. La selezione della razza si consolidò nel XIII secolo, quando Carlo D’Angiò, considerata l’elevata qualità raggiunta dai cavalli locali, non ritenne opportuno migliorarli con l’introduzione di sangue di altre razze.

L’adozione del cavallo rampante come simbolo della città di Napoli avvenne nei secoli del Ducato Napoletano (598 o 638 – 1137): il motto era “Equus terram propriam protega” (“Il Cavallo protegga la propria terra”). In realtà la leggenda afferma che, alcuni secoli prima, Virgilio “Mago” avesse costruito una statua in bronzo, raffigurante un cavallo, collocata dove oggi sorge la Guglia di San Gennaro, quindi nei pressi della Basilica della Stefanìa e di Santa Restituta, nucleo primigeno della cattedrale di Napoli. Intorno alla statua di facevano girare per tre volte i cavalli malati che, di colpo, guarivano! Nel 1253, Corrado IV di Hoenstaufen (figlio di Federico II e padre di Corradino di Svevia n.d.r.), nel conquistare la città fece imbrigliare il destriero di bronzo, con l’intento di mortificare lo spirito libero dei napoletani; nel 1322 il colossale cavallo fu fuso per volontà dell’Arcivescovo che non tollerava residui pagani: con il bronzo che se ne ricavò – secondo la leggenda – furono realizzate le campane del Duomo.

Nel XV secolo, l’esperto Ercolani scrisse che i cavalli napolitani godevano della più alta fama come cavalli da guerra: tesi ribadita in una scena del film americano “King Arthur” (2017), la citazione è chiara: «O corri veloce come uno stallone napoletano o è meglio lasciar stare!». A Napoli, nel XVI secolo, si sviluppò anche un’importantissima scuola, l’ “Arte Equestre Napoletana”, che ebbe in Federico Grisone, gentiluomo partenopeo, un grande maestro di equitazione nonché il primo cavallerizzo al mondo a pubblicare un trattato sul tema. Le grandi scuole odierne, Vienna (Austria), Saumur (Francia) e Jerez (Spagna), hanno tutte origine da quella napoletana. La “Pietra del Paragone”, del partenopeo Giuseppe d’Alessandro, Duca di Pescolanciano, è una prestigiosa opera del 1711, dedicata all’equitazione, alla scherma ed alla cura del cavallo, ricca di illustrazioni e trattati tecnici su come addestrare cavalli e cavalieri, unendo l’aspetto pratico a quello teorico ed artistico.

Tra la dominazione Aragonese ed il Regno dei Borbone, il destriero napoletano diede origine ad altre due pregiate razze equine: il Persano e la Real Razza di Ficuzza, prima di essere dimenticato benchè oggigiorno in fase di specifico recupero ippotecnico.

Ma il cavallo rampante fu pure la prima mascotte della squadra di calcio del Napoli, dal 1926. A quel tempo il Napoli giocava nel Rione Luzzati, zona nella quale operava un anziano  agricoltore, Domenico Ascione, soprannominato “Fechella” perché vendeva fichi che trasportava su d’un malconcio carretto trainato da un vecchio e malandato asino: proprio per questo motivo, quando qualcuno lamentava malanni, veniva paragonato al ciuccio di Fechella”.

Nei suoi primi anni di vita, il Calcio Napoli non andò granché bene: si narra che un giorno, un giornalista sportivo, si trovò nel “Bar Brasiliano” di Via Santa Brigida, dove assistette ad un curioso siparietto tra tifosi partenopei. Riferendosi al Calcio Napoli, uno di essi esclamò «Ma quale cavallo? Il simbolo più giusto per questo malandato Napoli sarebbe ‘o ciuccio ‘e Fechella!»Il giornalista, divertito e colpito dall’espressione, riportò sulle pagine del giornale questo episodio e fu così che il “ciuccio” sostituì il cavallo rampante quale mascotte vincente del Calcio Napoli.