Il centenario non si improvvisa. Si organizza.
Tra una festa istituzionale costruita più sulla retorica che sull’investimento e una celebrazione popolare nata dal basso, il centenario del Napoli offre una lezione che va ben oltre il calcio: l’organizzazione non sostituisce il marketing.
ScreenshotCi sono eventi che raccontano un’organizzazione meglio di qualsiasi bilancio, piano industriale o vittoria.
Il centenario del Napoli è stato uno di questi.
Prima la festa spontanea organizzata dai tifosi. Poi quella ufficiale della società. Ed è stato inevitabile il confronto.
La prima aveva l’imperfezione delle cose popolari, ma anche il calore, l’autenticità e la capacità di mettere al centro chi il Napoli lo vive ogni giorno.
La seconda, pur forte della struttura e delle risorse di un club ormai vincente sul campo e nei bilanci, ha restituito la sensazione di un’occasione affrontata con approssimazione, dove la retorica ha provato a colmare ciò che l’organizzazione non era riuscita a costruire.
Nelle aziende accade continuamente.
Quando un progetto non convince, si investe nella comunicazione. Quando un prodotto non emoziona, si investe negli slogan. Quando un evento non lascia il segno, si moltiplicano le parole.
È un errore classico. Perché il marketing amplifica ciò che esiste già. Non crea qualità dove la qualità manca.
Ed è proprio qui che emerge il limite.
Per mesi il centenario è stato raccontato come un appuntamento storico, unico, irripetibile. Le aspettative sono cresciute. Ma più cresce l’attesa, più cresce la responsabilità di trasformarla in un’esperienza all’altezza.
L’organizzazione non sostituisce il marketing.
Anzi, è il contrario. Il marketing senza organizzazione diventa un moltiplicatore delle aspettative deluse.
Qualcuno obietterà che conta soprattutto la capacità organizzativa. Vero.
Ma in questo caso conta anche un altro elemento: il budget.
Le grandi celebrazioni non si costruiscono con il minimo indispensabile, invitando i soliti personaggi del teatrino delaurentisno.
Si progettano, si organizzano e si finanziano.
Trent’anni fa il Milan di Silvio Berlusconi aveva compreso perfettamente questo principio. Gli eventi del club erano parte integrante della strategia aziendale. Si investiva nella scenografia, nella regia, nell’esperienza dei tifosi, nella percezione internazionale del marchio. Non erano spese accessorie. Erano investimenti sul brand.
Oggi il Napoli, paradossalmente nel momento più vincente della propria storia moderna, continua spesso a dare l’impressione di voler raggiungere risultati internazionali con un approccio da piccolo risparmiatore. Come se anche un appuntamento irripetibile come il centenario dovesse essere organizzato cercando ogni volta la soluzione meno costosa.
Ed è qui che nasce quella sensazione che molti tifosi hanno percepito senza forse riuscire a definirla: un club enorme che, fuori dal campo, talvolta sembra acquistare idee ed eventi al mercatino delle pulci invece di costruirli con l’ambizione che la propria storia meriterebbe.
Il paradosso è evidente.
Sul campo il Napoli ragiona ormai da grande d’Europa. Fuori dal campo, troppo spesso, continua a comportarsi come se ogni euro speso per rafforzare il marchio fosse un costo da comprimere anziché un investimento destinato a produrre valore.
Eppure il centenario non tornerà.
È un’occasione che capita una sola volta nella vita di un’organizzazione.
Per questo sorprende che la festa più memorabile, almeno nella percezione di tanti, sia stata quella costruita spontaneamente dai tifosi.
Perché quando una comunità, con mezzi infinitamente inferiori, riesce a emozionare più dell’istituzione che rappresenta, il problema non è la comunicazione.
Non è neppure soltanto l’organizzazione.
È la scelta di quanto si è deciso di investire, economicamente e culturalmente, per trasformare un anniversario in un pezzo di storia.
La storia del Napoli meritava qualcosa che non fosse soltanto raccontato da artisti che leggevano il gobbo (con testi retorici e populisti) per trasmettere emozioni.
Meritava qualcosa di indimenticabile.
