L’immagine internazionale del brand Napoli si consolida all’ingresso del Maradona
"Frattaglie -Il pallone visto dal lato storto", la dissacrante rubrica di Vincenzo Imperatore, questa settimana si sofferma sulla immagine di inefficienza che diamo ai turisti stranieri che vengono al Maradona, Perchè se il biglietto è da Champions, l’ingresso è da sagra di paese.

Quando parliamo di “internazionalizzazione del brand” ci piace riempirci la bocca. Sembra la formula magica che trasforma un club di provincia (provincia in senso italiano, perché il nostro Paese resta provinciale nel rispetto delle regole di convivenza civile) in una multinazionale del pallone.
Eppure, basta venire in Italia per capire che spesso un brand NON è affatto internazionale.
Un esempio? Semplice: i nastri segnapercorso all’esterno degli stadi per canalizzare e gestire la fila per l’ingresso. Quei queue barriers che troviamo agli aeroporti e che ci fanno girare come in un labirinto prima del check-in. Segnali di civiltà, piccole cose che però raccontano un’organizzazione.

Il Maradona ne è sprovvisto. E la sensazione che provano i tantissimi stranieri che affollano uno stadio, oramai sempre sold out, è, diciamolo, imbarazzante. Persino per noi italiani, che con il caos ci conviviamo da una vita. Le file partono da piazzale Tecchio e formano una U (quando va bene una L) e arrivano fino a via Marino. E chi vuole raggiungere l’altro lato dello stadio deve affrontare un vero e proprio Camel Trophy: chiedere permessi per passare tra le file, capire se l’ingresso è per abbonati o non abbonati, decifrare una segnaletica ambigua.
E poi ci sono loro: gli immancabili portoghesi. Energumeni che saltano la fila, si infilano, talvolta anche minacciando chi osa farglielo notare. La cartolina perfetta di un disordine che non ha niente di “brand internazionale”.
A chi dare la responsabilità di questa farsa? Alla SSC Napoli e ai suoi dirigenti, che probabilmente una fila non l’hanno mai fatta in vita loro (neppure all’estero). Oppure alla società che gestisce il servizio d’ordine e che, con un investimento ridicolo – 5.000 euro di tendinastro e un paio di uomini robusti (magari distogliendoli dal compito inutile di scortare le mogli dei calciatori che nessuno si fila) – risolverebbe la questione in un attimo.
Perché, piaccia o no, l’internazionalizzazione di un brand non passa solo dalle maglie accattivanti o dal sito in inglese. Passa anche – e soprattutto – dal rispetto di una regola elementare di civiltà: fare la fila per entrare allo stadio.
