Fair play, questo sconosciuto. Perché noi latini no (e gli inglesi sì)
Frattaglie–Il pallone visto dal lato storto, la rubrica dissacrante e appassionata in cui Vincenzo Imperatore racconta il calcio con osservazioni sparse, provocazioni e lo sguardo libero del tifoso, questa settimana mette sotto la lente la panchina come specchio di un Paese: il fair play inglese come cultura della regola e il calcio latino come arte della pressione, del teatro e dell’arbitro trasformato in avversario.
Foto di Adrià Crehuet Cano su UnsplashPartiamo da casa nostra.
Le volgarità di Allegri rivolte a Oriali durante la Supercoppa italiana non sono un incidente di percorso, né una scivolata emotiva. Sono una scena perfettamente coerente con il nostro modo di vivere il calcio. Una scena che scandalizza a parole, ma che sotto sotto viene archiviata con un’alzata di spalle: “è il calcio”, “è tensione”, “sono cose che in campo succedono”.
Succedono, sì. Ma non ovunque allo stesso modo.
Italia, Spagna e Portogallo condividono una matrice comune. Nel calcio, come nella vita pubblica, il conflitto è parte integrante del gioco. La protesta non è un eccesso, ma una strategia. La pressione sull’arbitro è considerata un’abilità. Il limite non è mai definitivo, la regola è sempre negoziabile.
È una questione culturale, non morale.
Siamo figli di una storia fatta di poteri frammentati, autorità percepite come esterne, regole da interpretare più che da interiorizzare. E il calcio, come sempre, non fa che riflettere questo tratto profondo.
Per questo, nel mondo latino, la panchina diventa teatro.
Allenatori che vivono la partita come una battaglia personale, che parlano agli arbitri più che ai giocatori, che trasformano ogni decisione in un caso. Mourinho, Simeone, Conte, Allegri: stili diversi, stessa grammatica. Non perché siano “cattivi”, ma perché sono coerenti con il contesto da cui provengono.
Se vuoi capire davvero un Paese, non guardare la bandiera. Guarda la panchina
Ed è qui che entra in gioco l’Inghilterra.
Il fair play inglese non nasce dal fatto che lì siano più buoni o più educati. Nasce da una cultura sportiva diversa, in cui la regola è parte del gioco, non un ostacolo da aggirare. L’arbitro non è un nemico da condizionare, ma un’autorità che può sbagliare senza per questo essere delegittimata. Protestare troppo non è segno di carattere, ma di cattiva educazione.
Quando in Premier League vediamo comportamenti sopra le righe, quasi sempre hanno una firma riconoscibile. Sono importazioni. Allenatori e giocatori cresciuti nella cultura latina, che portano con sé un’idea diversa del confronto, del limite, del rispetto. Non è il calcio inglese che produce certi eccessi: è il calcio inglese che li assorbe, spesso a fatica.
Per questo, in Inghilterra, certe scene stonano.
Non perché non esistano il nervosismo o la tensione, ma perché non fanno parte del DNA originario del sistema. Sono corpi estranei, tollerati finché vincono, ma mai davvero normalizzati.
Da noi, invece, sono la normalità.
E così succede che un insulto diventa “temperamento”, una protesta diventa “personalità”, una sceneggiata diventa “mestiere”. Ci indigniamo a comando, salvo poi accettare tutto come fisiologico.
Il fair play, per noi latini, resta una bella parola da usare nei convegni e da dimenticare nei novanta minuti. Per gli inglesi è una cornice culturale. Per noi un optional.
E finché continueremo a confondere la furbizia con l’intelligenza e il rispetto con la debolezza, continueremo a guardare il fair play inglese come una stranezza folkloristica.
Ammirata. Mai imitata.
