Il Mundial del 1982, da ribelli a cortigiani. Marcando Boniek e uno «strano» interprete
Ne “L’angolo del Beck”, Roberto Beccantini torna al Mundial del 1982, quando l’Italia passò dai fischi agli applausi e dai sospetti all’esaltazione: un viaggio tra cronaca, retroscena e memoria, nel racconto di una Nazionale che trasformò ribelli e contestatori in cortigiani.

Mai come nel 1982 Nazione e Nazionale si fusero. Partimmo maledicendo gli spermatozoi che, per un pugno di chilometri, al confine del confine, ci avevano consegnato Enzo Bearzot. Sul cui carro, la notte dell’11 luglio, i più isterici a salirvi furono i più lesti ad averlo
abbandonato. Ah, serva Italia.
Spagna, dunque. Inviato della «Gazzetta dello Sport», di stanza a La Coruna, nel cuore della Galizia, terra che ha dato alla storia due
generalissimi: uno geniale, Luisito Suarez, e uno bestiale, Francisco Franco. Il caudillo era morto da sette anni e il Paese brancolava in
quel traffico di indulgenze e intransigenze che, sempre, accompagna i traslochi dalle dittature alle democrazie.
Marcavo gli avversari dei nostri: la Polonia di Zibì Boniek, il Perù, il Camerun. All’arrivo a Santiago di Compostela, Antonio Corbo mi offrì
le prestazioni di un certo Waclaw Palik, polacco di ventura. Ne parlai con Lodovico Maradei, il capo-comitiva. Rispose: perché no? Palik fu
prezioso nella traduzione delle interviste: Boniek era passato alla Juventus e dunque, a ogni conferenza, lo si circondava e lo si
incalzava, C’era solo un problema: che, dato l’interprete, non ci si poteva allargare. Una risposta restava un capoverso, non mezza pagina.
Al termine della sfida con gli africani, fra le zolle di Vigo, ci fu ressa attorno al ct Jean Vincent. Furibondi, i giornalisti francesi lo accerchiarono, rinfacciandogli il modo quasi vigliacco di aver «cercato» il pareggio e «difeso» l’1-1 dell’eliminazione. Fin lì il Camerun era
andato all’attacco di tutti e di tutto, osando e rischiando, perché mai se l’era fatta sotto proprio sul più bello? Due anni dopo, Oliviero Beha
e Roberto Chiodi avrebbero dedicato al caso un libro-inchiesta che fece scalpore: «Mundialgate». Il Camerun era stato ammorbidito. Ma da chi? Gli indizi portavano alla Federazione o agli sponsor. Ancora oggi, quando ci penso, mi viene in mente la «fucilazione» di Vincent.
Le partite aiutavano a sognare. Il traffico, meno: un giorno, sulle Ramblas, il carro attrezzi mi portò via l’auto due volte, non una.
Sempre sulla notizia, forse. Maledettamente distratto, però. Con la prensa che sputava insulti, e le piazze che tramavano pomodori, ebbe
luogo la Metamorfosi. Improvvisa. Clamorosa. Fragorosa. Dai tre pari del Balaidos al crescendo del Sarrià (2-1 all’Argentina, 3-2 al Brasile) e del Camp Nou (2-0 alla Polonia) fino al mirabolante 3-1 «tedesco» del Bernabeu.
Gli azzurri bivaccavano all’hotel Alameda, nei pressi dell’aeroporto. Alla vigilia piombò Gianni Agnelli: figuratevi lo scodinzolio, il
miagolio, il pio-pio. «Con chi ha parlato, Avvocato?» domandò uno del plotone (non certo di esecuzione). «Solo coi nostvi», replicò, alludendo al sestetto juventino. Ah beh, sì beh. Dalla piccionaia dell’arena narrai il duello a distanza fra Pablito e Kalle Rummenigge. Se lo
aggiudicò Paolino, tornato signore dei tranelli. La musica delle Olivetti fece da colonna sonora all’urlo di Marco Tardelli e agli zompi
ultras di Sandro Pertini. Todos caballeros, naturalmente. Ci aspettavano amnistie ed elegie, conversioni e ritrattazioni.
Da ribelli a cortigiani: un classico.
