Quando il mio Maradona si chiamava Pietro Anastasi
Nella memoria di Darwin Pastorin, il sessantotto e un’Italia inquieta si intrecciano al lampo di un idolo inatteso: Pietro Anastasi, il centravanti capace di trasformare un ragazzino tra i banchi in un tifoso per sempre. Un viaggio tra rivoluzioni, miti perduti e un amore calcistico che ha il sapore di un destino, fino a scoprire che il suo “Maradona” non portava il dieci, ma il nove bianconero

Ricapitoliamo. Nasco in Brasile, da genitori veneti. I miei decidono di tornare in Italia nel 1961: non più nella loro amata Verona, ma a Torino. A San Paolo tifavo per il Palmeiras, qui nel Bel Paese scelgo la Juventus. Ma fino al 1968 non ho ancora un idolo. E noi sappiamo che il beniamino vale più della tua squadra.
Già, il Sessantotto: non fu un anno, fu una stagione, un’utopia, un’esagerazione, una poesia, un urlo, un’immaginazione, un’avventura onirica tra fuochi e splendori. Tutto si consumò, infine, sul rogo delle illusioni perdute. Ma in molti, in quella stagione, divennero consapevoli, adulti, lottarono per un ideale e non hanno mai abbassato, nel tempo, la guardia. Ci furono errori, rabbie scomposte, ma quei giovani, quei sognatori, alla Osvaldo Soriano, ribelli e fuggitivi, avevano, per molti versi, ragione. Quel Sogno si frantumò all’alba di altre realtà, di rinnovate contraddizioni: ma siamo ancora qui a parlarne, come il simbolo – comunque indelebile – di una “possibile” rivoluzione. Il Maggio francese, gli studenti in piazza, in corteo, ragazze e ragazzi innocenti ingenui e belli. Il mondo intorno a loro, intanto, esplodeva: l’escalation della guerra in Vietnam, con il massacro americano a My Lay, davvero una “Sporca Guerra”, attentati e rappresaglie in Medio Oriente, l’inasprimento dell’odio razziale in varie nazioni, Martin Luther King e Bob Kennedy assassinati, la rivoluzione culturale di Mao in Cina, i carri armati sovietici a Praga, il primo marzo si registrano violenti scontri a Valle Giulia tra studenti e polizia, nei pressi della facoltà di architettura a Roma. Occupazioni. Scioperi di operai e contadini. Livore e speranza. Il buio e il miele. Prima delle Olimpiadi messicane, a Città del Messico, l’esercito, su ordine del presidente conservatore Díaz Ordaz, sparò sugli studenti che rivendicavano libertà e giustizia: decine di morti in piazza delle Tre Culture.
E i Giochi vennero segnati dall’immagine che “fissa” il Sessantotto nello sport: dopo la finale dei 200 metri, gli atletici americani di colore Tommie Smith (primo) e John Carlos (terzo) si presentarono sul podio delle premiazioni alzando il pugno avvolto in un guanto nero, a piedi scalzi e con delle collane di pietre al collo (una pietra per ogni nero linciato). Anche il secondo arrivato, il bianco australiano Peter Norman, fu solidale con i colleghi ed esibì, sulla tuta, il distintivo dell’Olympic Project for Human Rights. Tutti e tre pagheranno a caro prezzo quel gesto di protesta, con l’esclusione dalle future Olimpiadi, con la dimenticanza, con l’emarginazione. La nazionale italiana, all’Olimpico di Roma, conquistò il suo primo, campionato Europeo, superando, nella finale-bis (1-1 nel primo match), 2-0 la Jugoslavia, grazie alle reti di Gigi Riva del Cagliari e di Pietro Anastasi del Varese. Una coppia di attaccanti provenienti da squadre “minori”: perché in quegli anni anche questo era possibile. I sardi nel 1970 conquisteranno, addirittura, lo scudetto. Uno scudetto avvolto dall’epica e dalla leggenda.
In quel 1968 facevo la terza media, ero ancora avvolto dai miti salgariani, ma Anastasi, acquistato dalla Juventus per 660 milioni di lire dal club varesino, diventò sempre e per sempre il mio idolo.
La professoressa di italiano ci assegnò un tema: “Raccontate chi è per voi il più grande protagonista del Novecento”. Riempii pagine e pagine di fogli protocollo a righe. Alla consegna degli elaborati, dopo aver elogiato chi narrò John Fitzgerald Kennedy, il presidente americano assassinato a Dallas il 22 novembre ‘63, Papa Giovanni XXIII, il Papa della carezza ai bambini, gli astronauti statunitensi e sovietici, mi chiamò, buon ultimo, alla cattedra. “Darwin, dunque… Per te… Il più grande protagonista del Novecento è questo signor… Pietro Anastasi… un calciatore?!”. Io, senza fare una piega: “Professoressa, evidentemente non lo ha mai visto giocare!”. La prof si fece una risata e… mi perdonò con un buon voto.
Pietruzzu col tempo è diventato un fratello maggiore. È venuto, con la moglie Anna, al battesimo, a Mazzè, di mio figlio Santiago, a casa dei miei genitori, io sono stato da quella meravigliosa coppia a Varese, sono amico del figlio Gianluca, ha lavorato con me in Tv e al funerale, in quel maledetto 2020, dove ho perso tante, troppe persone care, ho pianto come un bambino. Ma Anastasi avrà sempre un posto importante nel mio cuore. E mi rivedo, giovanissimo tifoso, con il mio compagno di stadio Giancarlo, in curva Filadelfia, gridare come un matto: “Pietro! Pietro! Pietro!”. Sì, quel centravanti bianconero dalla rovesciata proletaria fu il mio Maradona.
