L’epopea delle cartoline del 1965-66
Dalle vedute del Vesuvio alle squadre schierate: quando anche il calcio viaggiava per posta. Morgera racconta l’epoca delle cartoline calcistiche, oggi preziosi cimeli contesi dai collezionisti.
Dalle vedute del Vesuvio alle squadre schierate: quando anche il calcio viaggiava per posta. Morgera racconta l’epoca delle cartoline calcistiche, oggi preziosi cimeli contesi dai collezionisti.
Quando il volto di Sallustro su un quaderno bastava a dichiararsi tifosi del Napoli. Morgera racconta un rito scolastico degli anni Trenta, tra copertine illustrate, aule severe e domeniche sognate all’Ascarelli.
Nell’anno del centenario riemergono le rarissime tessere federali di alcuni calciatori dell’Internazionale Napoli, custodite da un erede del duca di Serracapriola. Documenti preziosi che restituiscono volti, firme e storie dei pionieri da cui ebbe origine il futuro Napoli.
Un film già visto. Dal pareggio di Parma che spegne il sogno scudetto fino al blackout contro la Lazio, il Napoli sembra ripercorrere copioni antichi. Come nel 1977, dopo Bruxelles e l’Anderlecht, quando la squadra di Bruno Pesaola smarrì testa e nervi tra sconfitte a raffica, l’espulsione di Antonio Juliano e l’invasione solitaria di Salvatore da Pianura. Cambiano i nomi, restano le dinamiche: quando si spegne la testa, si spegne tutto.
Nella sua rubrica, Davide Morgera riavvolge il nastro fino al 20 giugno 1965, quando il Napoli conquistò a Parma il ritorno in Serie A inaugurando trentatré anni consecutivi nella massima categoria. Dalla doppietta di Faustinho Cané alla maglia numero 11 di Antonio Juliano finita chissà dove, tra invasioni pacifiche e sogni azzurri, quella domenica alle tre resta la “Partita” con la maiuscola. Perché certe promozioni non si giocano soltanto in campo, ma nella memoria collettiva di un popolo.
Nella sua rubrica, Davide Morgera entra nella foresta silenziosa dei collezionisti e racconta la febbre delle figurine: vergogne adolescenziali, madeleine proustiane, album Panini custoditi come reliquie e case editrici dimenticate che hanno fatto la storia della carta stampata sportiva.
Per Napoli, reparto oggetti smarriti, Davide Morgera riporta in superficie simboli piccoli ma potentissimi: i distintivi del Napoli. Dal cavallo rampante dei tempi di Giorgio Ascarelli al ciuccio popolare, passando per le “N” dorate regalate in campagna abbonamenti da Roberto Fiore, quei bottoni appuntati sul petto erano identità pura, prima delle maglie griffate e degli sponsor. Un oggetto minuscolo, ma cucito esattamente dove batte il cuore
Per la rubrica"Napoli, reparto oggetti smarriti", Davide Morgera riapre un diario degli anni Settanta e ritrova un mondo fatto di formazioni sognate, trattative immaginate e campioni mai arrivati. Un oggetto povero, costato mille lire, che custodiva sogni di mercato e speranze azzurre meglio di qualsiasi almanacco.
Nella rubrica di Davide Morgera, tra 45 giri dimenticati e melodie che hanno attraversato decenni, riemerge una verità curiosa: il Napoli non ha mai avuto un inno ufficiale davvero riconosciuto. Dai tentativi degli anni Sessanta fino alle suggestioni di “Napoli Napoli” di Nino D'Angelo, passando per il boato eterno di “’O surdato ’nnammurato”, la colonna sonora azzurra è sempre nata dal popolo, non dalle commissioni. Un oggetto smarrito? O forse un’identità che non ha bisogno di firma.
Nella sua rubrica, Davide Morgera riporta al 24 marzo 1974, quando Concetto Lo Bello trasformò un Napoli-Roma in un caso da moviola ante litteram. Tra un fascio di garofani donato sotto i Distinti e un gol su rigore annullato a Sergio Clerici, l’arbitro siracusano spiegò la sua decisione con l’autorità di un’epoca in cui si fischiava da soli, senza sala VAR e senza “check”.