Altro che miele: quando i portieri del Napoli se le dicevano davvero
Nella sua rubrica, Davide Morgera riporta il calcio a un tempo meno filtrato e più umano, raccontando il duro faccia a faccia tra Luciano Mattolini e Nevio Favaro. Un litigio d’altri tempi, nato tra panchine, errori e parole dette senza diplomazia, lontanissimo dal linguaggio ovattato dei portieri di oggi. Una storia che parla di gerarchie rigide e di numeri 12 condannati all’attesa.

La ruota dei portieri gira sempre, oggi a Me-ret domani a Te, Milinkovic-Savic. Il portiere friulano è appena rientrato che già si discute del possibile rientro del serbo, Vanja stava facendo il suo dovere ma qualcuno rimpiangeva l’infortunato Alex appena il barbuto estremo difensore sbagliava qualcosa. Uno freddo e glaciale, reattivo in porta ma poco esperto in rilanci, l’altro para rigori ma capace di fare un lancio lungo degno di Rivera. Entrambi, però, cauti nei giudizi sul collega, parole di circostanza, qualcosa vicino al ‘volemose bene’ che non si sa quando sia veritiero.
L’unica certezza sono stati e sono gli infortuni che li hanno tenuti lontano dai campi di gioco che ha permesso ora a l’uno ora all’altro di giocare evitando al paziente Contini di esordire tra i pali del Napoli. Mai nessuna polemica, mai una parola fuori posto, mai una messa in discussione sulle scelte dell’allenatore, mai un giudizio tecnico sull’operato del collega. Dichiarazioni al miele, niente dolcificante, niente di agro dolce nemmeno in lontananza. Solo miele. “Lui è bravo”, “Gioca chi è più in forma”, “La competizione ci fa bene, è positiva”, “Decide il mister”. Quante volte abbiamo sentito queste frasi? Circostanza, verità, bianche bugie, chissà.
Certo non fa piacere a nessuno non giocare e magari guardare il ‘rivale’ che fa grandi parate o devia un rigore degli avversari ma il calcio moderno ha imposto il doppio portiere, l’intercambiabilità, le porte girevoli sotto le…traverse. E i due hanno accettato il ruolo, ci convivono e si alterneranno ancora, fino alla fine del campionato. Insomma, la girandola dei numeri uno è diventata una variabile impazzita ma non solo in casa Napoli. Poche le squadre in serie A che hanno un ‘uno’ come titolare fisso, l’alternanza come regola, la regola dell’alternanza. Il giro ed il ricambio è diventato ancora più vorticoso rispetto al passato con nuove facce tra i pali ma nel calcio di ieri se eri ‘dodicesimo’, rimanevi tale, eri marchiato a fuoco.
Era la solitudine dei numeri 12, la tua sorte era segnata e se giocavi un paio di partite e qualche spezzone di Coppa Italia all’anno era già tanto. Dovevi sperare in un infortunio del titolare, un’indisposizione improvvisa, una malattia, per scendere in campo e giocarti le tue chance. E, scavando nella memoria, possiamo ricordare anche quando le dichiarazioni dei portieri, a caldo dopo la partita, nel ventre del San Paolo, in pratica nel corridoio fuori gli spogliatoi, non erano esattamente quelle al miele che leggiamo oggi o che capita di vedere quando le telecamere impietosamente inquadrano i calciatori dopo la fine della partita. Affermazioni che, davanti ad un bordo campista o una giornalista di turno, diventano le più innocue e sdolcinate del mondo.
Una volta, come vi narriamo qui, due portieri del Napoli non se le mandarono a dire. Un titolare ed un dodicesimo, ovvio. Successe che, nell’ultimo anno giocato da vice di Mattolini, nel torneo 1977-78, Nevio Favaro fece ancora due gare con gli azzurri. Giocò solo tre minuti, subentrando al portiere ‘matto’ titolare, in un clima di tranquillità assoluta, contro il Foggia in casa. 18 dicembre 1977, satanelli a Fuorigrotta. Aprì un gol di Pellegrino Valente ma fu la festa di Savoldi, autore di una quaterna che annichilì una squadra allo sbando che retrocederà a fine campionato. Terminò con la ‘manita’ regalando il più dolce dei Natali al popolo partenopeo.

L’unica gara da titolare il buon Nevio la giocò contro il Torino al San Paolo. 19 marzo 1978, intossico per la festa del papà. Purtroppo sarà la sua peggiore, il Napoli, debole ed inerme di fronte a due cicloni come Pulici e Graziani, perse 3 a 1 una partita che il rigore di Savoldi, che aveva pareggiato il gol iniziale di Patrizio Sala, aveva solo dato l’illusione di rimettere in gareggiata. Poi i due punteri in granata bucarono un impotente Favaro segnando una superiorità netta di gioco e di ritmo dei piemontesi. Pensate che in quella gara il Toro di Radice mise gli attaccanti azzurri ben tredici volte in fuorigioco! Ma veniamo al dunque. Per il portiere veneto fu un triste, solitario e brutto finale anche per le dichiarazioni di Mattolini nel dopo gara. L’estremo difensore titolare, quel giorno relegato in panchina da Di Marzio per le numerose ‘cappellate’ e per l’autorete fatte nella gara col Perugia, dichiarò senza mezzi termini: “Anche Favaro è stato una statua sul gol di Pulici“, addolcendo poi la pillola con un: “Sono tiri imparabili, anche io rimasi fermo con Inter e Atalanta”. Non proprio un cioccolatino, anzi. Dalla gara successiva, in trasferta a Verona, Gianni Di Marzio ributtò nella mischia Mattolini che parò un rigore a Mascetti e fece interventi straordinari salvando la vittoria azzurra (rete di Livio Pin).

Alla fine, negli spogliatoi del ‘Bentegodi’, i due portieri smentirono il presunto litigio della domenica precedente, e che aveva tenuto banco tutta la settimana, con parole di elogio per il compagno. Fu così messa a tacere una polemica con due Pinocchio, uno alto e dinoccolato, tendente alla calvizie, l’altro serio e posato, tendente al grigio nei capelli. Entrambi, però, con un naso lungo svariati centimetri.
Dall’anno dopo, con Favaro partente per la Salernitana e Mattolini per il Catanzaro, si diede più fiducia a Pasqualone Fiore. Fu lui il nuovo, eterno, dodicesimo della storia del Napoli. E, davanti a lui, un eterno ‘giaguaro’, Luciano Castellini.
