Nostalgia di Tuttosport e dei battibecchi tra Camin e Dieguito

In questa Maradoneide, Darwin Pastorin torna alla sua Itaca giornalistica: Tuttosport. Tra maestri indimenticabili, notti di tipografia e battibecchi leggendari tra Caminiti e Maradona, riaffiora un’idea di giornalismo fatta di poesia, bottega e umanità. Un atto d’amore per una scuola che ha insegnato a raccontare il calcio partendo dal cielo e dal prato.

Articolo di Darwin Pastorin08/01/2026

Il 30 luglio dello scorso anno il quotidiano sportivo Tuttosport ha festeggiato i suoi gloriosi 80 anni. Fondato da Renato Casalbore, nel 1945, scomparso a Superga nel ’49 nel rogo dell’aereo del Grande Torino, ha sempre avuto la sua sede a Torino. Vent’anni della mia lunga vita professionale li ho trascorsi in questo giornale, che non smetterò mai di amare: dal 1973 al 1974 ragazzo di bottega (ma con la soddisfazione di vedere un mio racconto sul centravanti Vincenzo Marino, a quel tempo nel Brindisi in B e amico di famiglia in Brasile, pubblicato in terza pagina: comprai una trentina di copie, saltabeccando da una edicola all’altra, tanto da sembrare, in giro per la città, un autentico matto); dal 1979 al 1998: praticante, redattore, inviato speciale e, infine, vicedirettore.

Ho avuto direttori di assoluto valore: il fantasioso Gian Paolo Ormezzano, il fratello maggiore Pier Cesare Baretti, il vulcanico Piero Dardanello (soprannominato da Gianni Brera “Pierin Dardanide”), l’onirico Franco Colombo, il rivoluzionario Gianni Minà (che tentò di riportare, tra le colonne antiche, la narrazione sportiva, ingaggiando, tra gli gli altri, Osvaldo Soriano e Mina) e, per pochi mesi, prima di cominciare il mio percorso televisivo, il coriaceo Xavier Jacobelli. Tanti sono i ricordi. I riverberi, i rimandi, le nostalgie. Mi sovvengono i caporedattori Mario Bardi  e Giovanni Tortolini, che governavano la tipografia, insegnandoci i titoli migliori ed efficaci e tentando di mettere freno alla nostra giovanile esuberanza e presunzione. Il mio amico fraterno Marco Bernardini, che sapeva usare metafore e aggettivi come pochi: un fuoriclasse imprevedibile, incostante e sublime come Ezio Vendrame. Non potevi mettergli il freno, seguiva il suo istinto: indubbiamente uno dei più bravi della sua generazione.

Il mio pensiero va, sempre e per sempre, soprattutto al mio maestro Vladimiro Caminiti, che fu poeta autentico, capace di dettare a braccio, in quelle interminabili notturne, pezzi sublimi, in grado di discutere per ore e ore di Seneca e Pascoli, di Verga e Hugo, e non soltanto dei suoi amati portieri o di Michel Platini e Diego Armando Maradona (quanti divertenti battibecchi tra Camin e Dieguito!). Lo seguivo fin da ragazzino, leggendo Tuttosport sotto il banco di scuola, alle medie, innamorato dei suoi articoli, di quel modo originale e romantico di narrare le vicende e i protagonisti del pallone. Mi insegnò a cominciare la cronaca della partita “dal verde del prato e dall’azzurro del cielo”. Quante trasferte insieme, quante volte con orgoglio gli ho portato la valigia! Ai giovani consiglio di leggere e rileggere i suoi articoli: per trovare il cuore, l’anima e la meraviglia di questo mestiere. Tuttosport mi ha permesso di vivere il mundial di Spagna dell’82, grazie a Baretti, di girare il mondo, di conoscere tanta gente: da Enzo Francescoli, il Principe uruguagio stimato da Zidane, alla contadina di Cuenca in Ecuador, che conosceva tutti i segreti del grano e degli alberi, dal libero gentiluomo Gaetano Scirea ai venditori ambulanti di Salvador di Bahia, che citavano Jorge Amado a memoria, da Leo Júnior, oggi maestro di samba e telecronista impeccabile, allo scrittore Eduardo Galeano, che ci ha svelato le vene aperte dell’America Latina, dal favoloso Pablito Rossi al mio idolo Pietro Anastasi.

Tuttosport resterà per sempre una mia casa, un mio rifugio della memoria, la mia Itaca giornalistica. Sono 80 e passa anni portati con orgoglio e dignità. Ti voglio bene mio caro, vecchio, amato e intramontabile quotidiano. Oggi nella mani sicure di Guido Vaciago. E di lettori innamorati. Come me.

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