l talento che aspetta: Victor Aznar e il tempo ritrovato
Nella rubrica "Insolite coordinate" di Luigi Guelpa, la storia di Victor Aznar è un controcanto al calcio che brucia tutto in fretta: ignorato a Verona, rifondato a Cadice, diventato adulto tra silenzi, pazienza e fiducia. Perché a volte il talento non esplode: resiste, finché qualcuno decide di aspettarlo.

Victor Aznar non è una parabola ascendente, è una curva spezzata. Come quelle vite che il calcio divora e poi, a volte, restituisce con interessi minimi ma dignità ritrovata. A Verona lo abbiamo avuto per due anni, e lo abbiamo guardato senza davvero vederlo. Succede spesso: il tempo breve del calcio moderno non contempla l’attesa, non ama l’incompiuto, non tollera l’errore come tappa di formazione. Vogliamo portieri già finiti, pronti per il prime time, possibilmente con curriculum europeo e mascella da copertina.
Aznar, invece, era solo un ragazzo di Sao Paulo con i guanti troppo grandi e il silenzio addosso. Un portiere giovane è sempre una promessa che chiede pazienza, e la pazienza è merce rara nei campionati dove ogni domenica sembra un processo sommario. Così Victor è passato quasi inosservato, come un libro letto male o una canzone ascoltata distrattamente. Non perché mancasse qualcosa, ma perché mancava il tempo.
Il tempo lo ha trovato a Cadice. E non è un dettaglio geografico: Cadice è una città che conosce i miracoli, che ha visto passare Magico González come un santo laico e anarchico, uno che dribblava la logica prima ancora degli avversari. A Cadice il calcio non è solo rendimento, è racconto, attesa, fede popolare. È il luogo giusto per ricominciare dal basso senza sentirsi sconfitti.
Aznar ha ricominciato dalla squadra B, come si ricomincia dopo una caduta vera: senza proclami, senza rivendicazioni, con l’umiltà di chi sa che il talento non basta se non incontra la fiducia. E la fiducia, a Cadice, gliel’hanno data. Non subito, non gratis. Se l’è guadagnata parata dopo parata, errore dopo errore metabolizzato, silenzio dopo silenzio.
Oggi Victor Aznar, 23 anni, è titolare inamovibile. Parole che nel calcio moderno suonano quasi rivoluzionarie. È il miglior portiere della serie cadetta spagnola, non per statistiche fredde ma per quella sensazione che trasmette ai compagni: quando l’attacco avversario arriva, qualcuno dietro pensa. Qualcuno resta. Qualcuno regge l’urto. I grandi club d’Europa hanno iniziato a guardarlo come si guarda ciò che è stato ignorato troppo a lungo. Con un misto di curiosità e rimorso. E persino Carlo Ancelotti, uno che nel calcio ha visto passare più cicli che stagioni, lo sta tenendo in considerazione per una possibile convocazione nel Brasile.
Non è una favola, è un promemoria: il talento non sparisce, semmai aspetta.
