Il gran premio del Qatar ci conferma che in F1 sbagliare strategia non è raro

Nel penultimo GP della stagione nel Qatar, Verstappen ha vinto approfittando delle strategie sbagliate della McLaren, che ha penalizzato Norris e Piastri rispettando rigidamente le proprie “papaya rules”.

Frame partenza gran Premio del QatarFrame partenza gran Premio del Qatar
Articolo di Fabio Marino04/12/2025

La settimana scorsa si è disputato a Losail, in Qatar, il penultimo Gran Premio della stagione 2025. Speravamo di scrivere un articolo scoppiettante che celebrasse la conquista del mondiale piloti da parte di uno dei tre pretendenti, ma per farlo dovremo attendere ancora un po’ di tempo per l’esito finale. Infatti il campionato si concluderà a dicembre ad Abu Dhabi: solo allora potremo tirare le somme e archiviare questa stagione.

Così siamo costretti a spiegare agli utenti occasionali, a quelli che seguono la gara solamente negli ultimi giri che pur non mancando lo scenario che ci si aspettava nella penisola arabica: sceicchi, dune, petrodollari e Max Verstappen vincente, ricordiamo che la vittoria dell’olandese non è arrivata grazie a una prestazione encomiabile dall’inizio alla fine; ma gli è stata servita su un piatto d’argento da parte dei suoi rivali diretti.

Infatti Norris e Piastri hanno mancato una doppietta doverosa per la macchina che guidavano; non hanno commesso errori, ma il muretto li ha messi in ginocchio proprio per rispettare quelle papaya rules che più di una volta sono state evocate dal loro team manager Andrea Stella, e sono stati piegati dal politicamente corretto esercitato in casa McLaren.

Per chi non conoscesse questo termine, specifichiamo che sono le regole di ingaggio della scuderia inglese. Il principio fondamentale di queste regole è che i due piloti sono liberi di gareggiare tra loro, ma con la condizione che dovranno farlo in modo pulito e senza toccarsi o causare incidenti; dall’altro canto la squadra si impegna a non favorire nessuno dei due.

Sembrano ormai lontani i tempi in cui Ron Dennis dirigeva con fermezza e in modo cinico le scelte strategiche a Woking, adottando sempre un approccio orientato al bene della squadra. Attualmente, però, le strategie che non scontentano nessuno potrebbero avere ripercussioni non solo sui risultati sportivi, ma anche su aspetti economici, quali investimenti, sponsor e visibilità sui social media.

Quello che è successo al settimo giro di gara avrebbe dovuto accendere almeno un semaforo giallo agli ingegneri papaya.

La cocciutaggine nel mantenere la strategia decisa ben prima del via, nel non imboccare la pit lane durante la safety car o perlomeno nel non marcare con almeno uno dei piloti il rivale diretto della Red Bull, è diventata uno sfottò dentro e fuori la rete: un comportamento non degno per una scuderia titolata come la McLaren; un’ingenuità comprensibile e perdonabile per una squadra di metà schieramento, ma non per un top team. Poi può darsi che Lando o Oscar riusciranno ad agguantare il titolo dopo le montagne russe che hanno sperimentato quest’anno, ma dovrebbero comprendere loro in primis che in questo sport ogni errore può costare caro.

Ma senza essere aruspici e profetizzare eventi che sembrano scontati, cerchiamo di guardare il bicchiere mezzo pieno e allo spettacolo creato dal pubblico festante. Per la Formula 1 andare in un paese in cui non c’è una grande tradizione motoristica è una sfida enorme, specialmente in quelli del Medio Oriente. Dopotutto il motorsport è un prodotto nato e cresciuto in Europa e, come si sa, in quelle zone si aborrisce qualunque cosa sia occidentale. Ma vedere in TV tifosi locali salutare calorosamente a ogni curva diverse auto e vederli con addosso le magliette di Ferrari, McLaren e Mercedes vuol dire che questo sport emoziona ancora, a prescindere da chi trionfa.

Per certi versi il Losail Circuit ha le stesse problematiche di Montecarlo: salvo errori dei piloti, non si sorpassa. Ma se nel primo caso è perché c’è un tracciato stretto e tortuoso, in Qatar c’è una pista in cui si è quasi sempre a pieno gas. Ma, come dicevamo, la gente in tribuna non si è minimamente scomposta e ha mostrato a fine gara tutto il proprio entusiasmo.

Probabilmente soltanto noi ci riempiamo la bocca di polemiche e chiacchiere da bar, ma lo facciamo soltanto perché abbiamo a cuore le sorti di questo sport.

 

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