Il futuro incerto della Formula 1. Sogni elettrici, incubi d’asfalto: anima o denaro?
La F1 2026 spacca il paddock: i giovani sorridono, i veterani tremano. Tra estetica sci-fi e sensazioni asettiche, il rischio è che il marketing uccida l'anima sportiva, sacrificando il brivido estremo sull'altare dello spettacolo.
Immagine creata con AI + Fabio MarinoLa stagione del 2026 di Formula 1 ancora deve iniziare; tuttavia, gli addetti ai lavori sono consci che siamo alla vigilia di una grande rivoluzione, tuttavia l’aria che si respira non è di festa, bensì di incertezza. Ancora non è acceso nessun semaforo, eppure i nuovi propulsori e le nuove macchine pensate e progettate sono già finite sotto la lente d’ingrandimento di chi dovrà guidarle.
Infatti il paddock si è quasi spezzato in due.
Il fronte dei veterani grida «Vogliamo correre, non gestire!»
I senatori della griglia non si sono fatti attendere. Max Verstappen e Lewis Hamilton, raramente così d’accordo, hanno sollevato un polverone contro i nuovi bolidi a trazione (prevalentemente) elettrica. Il loro timore è che la guida si trasformi in un esercizio di ragioneria: il famigerato lift and coast — l’arte di alzare il piede prima della curva per risparmiare energia — rischia di diventare il protagonista assoluto delle vetture future.
«La velocità controllata castra il talento» sembra essere un mantra poiché loro sono consci del fatto che se il pilota non può più aggredire il cordolo andando in curva veloce a tavoletta mollando un pochettino il gas per gestire la potenza viene tolta la sfida a cercare il limite perché così lo si vincola alla gestione della batteria. Così temiamo che la differenza tra un fuoriclasse e un buon interprete rischia di assottigliarsi fino a sparire completamente.
Di segno opposto, o forse solo più cauti, sono i volti della “Generazione Z” come Oscar Piastri e Kimi Antonelli che hanno accolto le nuove monoposto con entusiasmo e molto pragmatismo perché le ritengono più agili e più semplici. Forse. O forse, come suggerisce qualche maligno nel paddock, i giovani sanno che non conviene mettersi contro le scelte intraprese da Domenicali e dai vertici della FIA. A Napoli si direbbe “zitto chi sape ‘o gioco”.
Purtroppo le nuove scelte sono state partorite per dare una maggior sostenibilità economica e spalancare le porte del circus a nuovi e più danarosi costruttori. Ma in questo incastro di bilanci e marketing, dove finisce il piacere della guida?
In mezzo a questo scontro di visioni spicca la figura di Charles Leclerc. Il monegasco pilota della Ferrari ha espresso un parere quasi filosofico: da un lato, l’occhio dell’appassionato ammira questi capolavori futuristici usciti da un film di fantascienza; dall’altro, il pilota avverte uno “strano feeling”, un distacco quasi asettico tra uomo e macchina.
Lo spettacolo sopra il talento?
Il punto focale della questione non è tecnico, ma identitario. È ormai evidente che l’obiettivo dei vertici è cambiato rispetto al passato, poiché il racing, il duello sportivo, passa in secondo piano rispetto allo show (artificiale) creato in pista. C’è la necessità di catturare un pubblico nuovo, globale e, perché no, distratto ma non certo a beneficio degli appassionati che vogliono vedere gare vere.
È una volontà che giunge da lontano, ecco perché per evitare la noia, in passato abbiamo accettato i pit-stop con rifornimento obbligatorio e diavolerie come il DRS. Oggi, però, la sensazione è che si stia arrivando al punto di non ritorno.
Le critiche che piovono dai big non sanno di nostalgia, ma di difesa di un patrimonio culturale e sportivo. Si teme che, a forza di voler “creare lo spettacolo” artificialmente, si finisca per rompere il giocattolo più bello del mondo. La fantasia degli organizzatori pare non avere limiti, ma il motorsport è un’altra cosa e qualcuno lo deve dire.
In fondo, come diceva il grande Corrado in un contesto ben più leggero: «Non finisce qui!». La battaglia per l’anima della Formula 1 sembra appena iniziata.
Riassunto Emozionale
La F1 2026 spacca il paddock: i giovani sorridono, i veterani tremano. Verstappen e Hamilton temono che il risparmio energetico soffochi il talento, trasformando i campioni in ragionieri. Tra estetica sci-fi e sensazioni asettiche, il rischio è che il marketing uccida l’anima sportiva, sacrificando il brivido estremo sull’altare dello spettacolo.
