L’oro nella polvere: l’infanzia col pallone nel labirinto dei sogni di Mariconda a Salerno
Un’infanzia di ginocchia sbucciate e palloni consunti nei campetti polverosi di Mariconda, Pastena e Mercatello, dove i ragazzi inseguivano un sogno, talmente forte da restare per sempre nel cuore.
C’erano pomeriggi in cui il sole calava lento su Mariconda e i cortili si tingevano d’oro e di polvere. Erano tempi in cui bastava un pallone mezzo sgonfio, una porta disegnata col gesso su un muro scrostato, e già si sentiva il profumo della Serie A. Nessuno pensava alle scarpe, alle divise, ai contratti. C’erano solo ginocchia sbucciate, calzoni infangati e un sogno che correva più veloce del respiro.
I campetti di Mariconda, Pastena e Mercatello
Per le strade di Salerno, dal rione Carmine fino al campetto di Mercatello, da quello della Ciampa di Cavallo di Pastena (con Smilovich e Lambiase) a quello di Mariconda, il calcio era un respiro comune, una lingua che tutti sapevano parlare. Nel campetto di Mariconda — allora distesa di ghiaia tagliente e speranze genuine — ricordo che si disputavano sfide che valevano più di un mondiale. Sul bordo del campo, tra il profumo di agrumi e le urla dei bambini, si aggiravano gli osservatori: quelli dell’Atalanta, della Juventus, della Sampdoria. Cercavano talenti nei vicoli del Sud, convinti che tra quei piedi scalzi potessero nascondersi nuovi Sivori o nuovi Chiarugi.
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Ogni tanto qualcuno lo trovavano davvero. Uno come “Nanu” Galderisi, che dai cortili di Fratte arrivò fino alla gloria; ma per ogni Galderisi, quanti ragazzi altrettanto bravi restavano impigliati nel fango delle promesse mancate?
Mariconda era una fucina di bravissimi calciatori: erano veramente tanti, i Memoli, gli Orilia, i D’Elia, i Sasso, Del Galdo, Santaniello, Ragone, Episcopo, Grillo, Papa, Romano, Pastore. Nomi mai finiti sui giornali, ma dentro le partite del quartiere restavano re, fuoriclasse senza testimoni. Poi la vita arrivava di traverso — un lavoro, un ginocchio rotto, il bisogno di campare — e il sogno finiva lì, nel silenzio di un campo abbandonato.
Allora non esistevano scuole calcio o squadre Primavera con maglie immacolate e scarpette da trecento euro. Si giocava nei cortili, con il vociare che invadeva i pomeriggi dei palazzi e irritava i vicini. A volte, dalle finestre, piovevano secchiate d’acqua per disperdere quella banda ingovernabile. Ma bastavano pochi minuti e la partita ricominciava, perché quel vociare — quella passione indomabile — era più forte di qualsiasi rimprovero.
Si imparava così: sbagliando, dribblando per istinto, giocando due contro cinque sul marciapiede, facendo uno slalom tra motorini e cani randagi che provavano ad addentare il pallone. Nessuno parlava di “due tocchi” o “transizioni rapide”. Si inventava calcio, come pittori sulla tela ruvida dell’asfalto. E ciascun bambino trovava un modo personale di esprimersi col pallone, come fosse un’estensione dell’anima. C’erano dribbling che sembravano versi, finte che parevano sorrisi.
Oggi, guardando un campo d’allenamento di periferia, sembra tutto ordinato, forse troppo. I bambini si muovono a comando, eseguono schemi, obbediscono a un fischietto. Si allenano come in una catena di montaggio, ma raramente sorridono. E allora viene da chiedersi: dove sono finiti quei galli ruspanti che sapevano saltare l’uomo, che improvvisavano come jazzisti, che amavano il pallone più di se stessi?
Le scuole calcio li hanno addomesticati, resi perfetti ma prevedibili. Hanno tolto la polvere, ma insieme hanno spazzato via la fantasia. Forse per tornare a dribblare bisognerebbe tornare ancora lì, a Mariconda, tra le secchiate dei vicini e i pomeriggi che odorano di mare.
Perché il vero calcio nasce quando un bambino, con un pallone SuperSantos, prova un gesto che non ha imparato da nessuno.
E in quel gesto, per un istante eterno, ridava al mondo quella bellezza e genuinità oggi irrimediabilmente perduta nel calcio .
