Il portiere che spegneva incendi e accendeva leggende: Jelanie Lawrence, l’ultima parata dell’isola
Nelle "Insolite coordinate" di Luigi Guelpa, l’addio al calcio di Jelanie Lawrence, un vigile del fuoco che ha difeso la porta più vulnerabile del mondo e che ricorda a tutti che il calcio degli ultimi vale più dei tabellini di chi non sa guardare oltre il risultato.

Jelanie Lawrence ha sempre saputo che il fuoco vero non sta nei palazzi che bruciano, ma nei palloni che ti arrivano addosso quando la tua squadra ne ha già presi cinque. Nella vita spegne incendi, ma in campo è lui a bruciare piano, come una brace ostinata che nessuna goleada riesce a spegnere.
A quarantadue anni ha annunciato il ritiro, e lo ha fatto come fanno i pompieri quando spengono l’ultimo fiammifero della notte: senza enfasi, senza trionfi, con quel sorriso largo che in Anguilla conoscono tutti, dai pescatori di The Valley ai ragazzini scalzi che rincorrono il vento sotto il sole feroce.
Jelanie è stato il portiere degli ultimi, della nazionale di Anguilla, fanalino di coda nel ranking Fifa, ma più ancora il portiere dei sopralluoghi complicati: quelli in cui il rischio di prendere fuoco, metaforicamente e non, è sempre dietro l’angolo. Dove gli spalti sono quattro sedie pieghevoli messe lì per ricordare che il calcio, talvolta, è una scusa per non arrendersi al silenzio dell’isola. Jelanie stava tra i pali come se fossero due colonne di un edificio in fiamme: immobile, concentrato, consapevole che basta un attimo di esitazione per lasciarsi travolgere.
Ne ha presi tanti, di gol. Dio lo sa, e forse anche qualche diavolo. A volte le partite finiscono con quegli 8-0 che nei giornali del Nord vengono letti ridacchiando, come si leggono le disgrazie altrui quando non si ha immaginazione. Ma Jelanie non ha mai accusato i compagni, che spesso arrivano in ritardo perché devono finire il turno al bar o in cantiere. No: lui si toglie i guanti, dà una pacca a tutti e ripete ciò che in Anguilla è diventato un proverbio più famoso della ricetta del rum locale: meglio prendere dieci gol giocando, che restare a guardare il mare aspettando che il mondo cambi da solo.
A volerlo raccontare bene, Jelanie non è stato solo un portiere, ma un filosofo dei campetti polverosi, un pompiere prestato al romanticismo. Uno capace di distinguere il ridicolo dal sublime, di capire che, a volte, una parata al settantesimo, magari sul decimo tiro in porta di una corazzata, è come domare una fiammata che sta per scapparti di mano.
Quando poche settimane si è ritirato ha detto alla web-tv locale che era tempo di lasciare spazio ai giovani: “magari ne troveranno uno più alto, o almeno uno che non abbia bisogno del ghiaccio sulla schiena dopo ogni partita”. Poi ha alzato una mano verso la tribuna improvvisata e, sorridendo, è sembrato dire che ogni gol preso non era altro che un nuovo capitolo della stessa leggenda malinconica: quella del vigile del fuoco che salva il mondo di giorno e la porta degli ultimi la sera, senza mai smettere di credere nel calcio.
