Il doppiopetto del Regno: quando il Napoli si vestì da Capitale
Nella sua rubrica "Reparto Oggetti Smarriti", Davide Morgera riporta alla luce l’estate del 1992, quando Corrado Ferlaino vestì il Napoli con lo stemma del Regno delle Due Sicilie, trasformando una semplice divisa sociale in un manifesto identitario.

Sono trascorsi trentatrè anni da quell’estate in cui Corrado Ferlaino ne inventò un’altra delle sue. Un’era geologica fa, gli anni di Cristo a fare da spartiacque tra il recente passato ed una modernità che corre troppo veloce, Armani era già conosciuto (da poco era stata inaugurata la prima boutique A/X Armani Exchange a New York sancendo l’espansione del marchio in tutto il globo) ma il presidente si affidò ad un sarto e stilista napoletano, Salvatore Amenta, che realizzò la nuova divisa sociale per il Napoli con il marchio Harold.
Nella calda estate del 1992, l’ingegnere, fresco orfano di Maradona, crede ancora nello scudetto e conferma Ranieri alla guida della squadra dopo l’ottimo quarto posto dell’anno precedente. Da un’idea che gli era balenata in testa già a fine torneo, e riprendendo il suo vecchio progetto di ‘Napoli Capitale’, concepì la divisa con lo stemma del Regno delle Due Sicilie. Organizzò tutto in fretta, Ferlaino. Il Napoli sta per partire per il ritiro di Molveno e presenta la nuova squadra a stampa e tifosi nella bellissima cornice del chiostro di Santa Chiara. Presiede il Cardinale Michele Giordano che benedice la squadra, tutta con la nuova, elegante, divisa sociale. Un doppio petto blu, pantalone grigio, camicia azzurra e una splendida cravatta sociale riproducente il nuovo marchio della società, che campeggia anche in grande sulla giacca e sugli accessori.
E’ l’estate in cui acquista Fonseca, che andrà a fare coppia con Careca, prende lo svedese Thern, il peperino Pari e ‘Hulk’ Policano a centrocampo e rinforza la difesa con il massiccio fisico del fumatore Nela. Perde, nel contempo, due pezzi da novanta come Alemao e Blanc, due assenze che si faranno comunque sentire nel corso della stagione. Dicevamo, di S. Chiara, le maioliche, il refettorio della chiesa in stile gotico, Piazza del Gesù ad un tiro di schioppo, palazzo Soriano, immortalato dalle scene da film di ‘Filomena Marturano’, il bagno finale che attende la squadra con tifosi in piazza in paziente attesa. Il solito, grande, atto d’amore di un popolo verso la sua squadra in procinto di partire, carica di speranze e per il secondo anno consecutivo, per il ritiro di Molveno. Che strano, avranno pensato i calciatori, si passa dal calore di questa giornata trascorsa in un luogo sacro ma con l’abbraccio finale del popolo partenopeo alla tranquillità del paese sotto le cime dolomitiche, alle valli e ai laghi del Trentino dei prossimi giorni.

Fu opinione comune dell’epoca che Ferlaino, per rispondere al super potere calcistico di Milano e Torino (è cambiato qualcosa?), rispolverò sulle divise di gala degli azzurri lo stemma delle Due Sicilie e dunque di Napoli Capitale. A guardare bene il risultato finale, la riproduzione di quell’emblema fu molto dettagliata. Era, infatti, un distintivo ricco di emblemi, di onorificenze, di stemmi antichi che parlavano in modo chiaro della storia di Napoli. Fu un chiaro segnale di orgoglio della società, una reazione all’immagine negativa che il Meridione poteva dare di sé o che il Nord laborioso poteva farsi di Napoli e della ‘napoletanità’. Lo stemma che campeggiava su quella divisa fu, dunque, una sottile dimostrazione non solo del voler rappresentare ma dell’essere del Sud e in particolare di una città che nell’Ottocento era stata tra le prime in Europa.
Ma andiamo ad esaminare da vicino quel nuovo stemma, elegante e raffinato, un ritorno all’antico per difendere Partenope e farne una bandiera del Sud, almeno a livello calcistico. Lo stemma era sovrastato dalla “N” del Napoli in campo azzurro Alla sinistra c’erano i simboli di Leon e Granada, Borgogna in giallo blu, Asburgo in biancorosso, dei Farnese con sei gigli in campo giallo e di nuovo Borgogna antica con un leone rampante. Al centro vi erano i tre gigli in campo azzurro bardato dal rosso del regno delle Due Sicilie dei Borbone di Napoli, poi ancora gli stemmi di Brabante, Anversa, Angiò e la croce gialla di Gerusalemme. Tutto molto accurato e studiato, niente da dire. Dalla divisa, poi, vennero fuori una serie di gadget, ad oggi da considerarsi oggetti di ‘memorabilia’, come portachiavi, scatole di portasigarette, portacenere, medaglioni, penne, gemelli, spille, all’epoca venduti nello store di Via Carlo Poerio. Fu un modo per diffondere su più larga scala il nuovo simbolo del calcio Napoli, fornito di una bella eleganza estetica e di un ricordo storico che non sembrava essere svanito.

Quella divisa purtroppo non portò bene al Napoli che esonerò Ranieri dopo la pesante sconfitta in casa col Milan (quattro gol di Van Basten all’incredulo Galli per l’1 a 5 finale), l’eliminazione dalla Coppa UEFA ad opera del Paris Saint Germain ed una difesa che faceva acqua da tutte le parti. Il tecnico romano sorrise forse solo una sera, quando Fonseca fece cinque gol al Valencia in trasferta illudendo tifosi e stampa. Al posto del futuro ‘sir’ Ranieri, arrivò Ottavio Bianchi che fece molta fatica a salvare la squadra mentre a fine campionato ci fu l’ennesimo ribaltone. Ferlaino lasciò la presidenza al consigliere anziano Ellenio Gallo e diede pieni poteri a Bianchi come manager. Intanto i debiti della società crescevano e il futuro si faceva sempre più nero.
E le nuove divise sociali? Beh, crediamo che finirono in naftalina. E nessuno le indossò più.
