Napoli, dove il calcio si gioca anche fuori dal campo: scaramanzie, riti e manie azzurre
Per “L’anima di Partenope”, Giancamillo Trani attraversa il lato invisibile del pallone napoletano: riti, amuleti, ossessioni e piccoli culti che uniscono presidenti, campioni e tifosi. Dal cappotto del Petisso ai gesti di Maradona, fino ai corni sotto il televisore: perché a Napoli la partita comincia molto prima del fischio d’inizio.

Il tessuto sociale napoletano è ricco di antiche credenze popolari che animano la vita di tutti i giorni: sale ed olio versati sul desco, gatti neri che attraversano la strada, cappelli sul letto, ombrelli da non aprire in casa, specchi rotti e altri riti ci fanno comprendere come, antropologicamente, a Napoli la scaramanzia sia una cosa seria! Ovviamente, anche il mondo del calcio non è esente da queste credenze che, anzi, i partenopei hanno “esportato” un po’ in tutt’Italia.
Il mondo del calcio è zeppo di episodi che riguardano calciatori, dirigenti, allenatori: si va dai calzini rossi di Costantino Rozzi, mitico presidente dell’Ascoli, a Romeo Anconetani che spargeva chili di sale sul campo del suo Pisa; proseguiamo con l’acqua santa di Giovanni Trapattoni per giungere al loden blu “quattrostagioni” di Renzo Ulivieri. Roba che, al confronto, Oronzo Canà (interpretato dall’inarrivabile Lino Banfi ne “L’allenatore nel pallone”) impallidisce!
Tra i giocatori sono diffuse varie scaramanzie: chi entra in campo sempre con lo stesso piede, chi si segna, chi alza occhi e braccia al cielo mentre prega. Scrivendo di calciatori famosi, “Il Divino” Zamora, mitico portiere spagnolo, era solito attaccare una bambola di pezza ad un palo della sua porta; il francese Laurent Blanc (che ha giocato anche nel Napoli) prima di ogni partita baciava la testa pelata del portiere Barthez; il brasiliano Manoel Francisco dos Santos, meglio noto come Garrincha (uno dei più grandi funamboli di tutti i tempi, nonostante una grave menomazione fisica) sistemava dietro la porta degli avversari bamboline feticcio ed amuleti vari. Ma il rito scaramantico più curioso era quello di Sergio Manente, terzino “moderno” della Juventus Anni ’50: quando la sua squadra era in netto vantaggio, Manente alzava la mano aperta, segnalando che – entro cinque minuti – avrebbe compiuto il suo sacrificio agli dei del pallone: un autogol! Spesso lo realizzava con un beffardo pallonetto, puntualmente tra le urla disperate del portiere Giovanni Viola, che vedeva svanire il sogno di chiudere imbattuto.
Ovviamente, molti sono i riti scaramantici ascrivibili a personaggi che hanno militato nella squadra di calcio del Napoli. A cominciare da Bruno Pesaola il “Petisso”, calciatore argentino naturalizzato italiano, di ruolo attaccante. Giocò nel Napoli da 1952 al 1960, ed in seguito ne fu allenatore a più riprese. Pesaola, durante tutta la stagione calcistica, indossava in panchina il suo cappotto di cammello con in bocca l’inseparabile Muratti. Inoltre, prima di ogni partita, doveva ascoltare il suo disco portafortuna. Un giorno, prima di una trasferta, lasciò la squadra in ritiro e percorse 500 chilometri per andare a recuperare il magico vinile, salvo scoprire – al ritorno – che la squadra era partita senza di lui!
Proseguiamo la nostra carrellata con il campione argentino per eccellenza: Diego Armando Maradona, “El Pibe del oro”, che ha legato indissolubilmente la sua carriera calcistica alla città di Napoli. Dieguito era solito, prima di ogni partita, baciare in testa lo storico massaggiatore azzurro Salvatore Carmando. Il grande campione non poteva sapere che, un giorno, sarebbe divenuto egli stesso quasi una divinità: capita spesso che qualcuno dedichi le sue preghiere direttamente al numero 10 argentino.
Il mai abbastanza rimpianto Maurizio Sarri, vero maestro di calcio, scaramanticamente indossa sempre una polo od una camicia nera.
Il portiere spagnolo Pepe Reina è molto pignolo nell’osservare alcuni riti scarmantici. Sei ore prima di ogni partita si assicura di fare il pieno alla sua macchina, anche se il serbatoio è quasi pieno. Una volta arrivato allo stadio, parcheggia sempre allo spazio 39 e pretende uno specifico menù pre – partita: un club sandwich prosciutto e formaggio accompagnato da un bicchiere di vino rosso. Abitudini mantenute nel corso dell’intera carriera, senza mai deviare dalle regole, perché la superstizione – a volte – può rivelarsi come vera e propria ossessione.
Il grande attaccante uruguaiano Edinson Cavani detto “El Matador” ha un approccio unico nell’affrontare una partita importante. A volte sceglie di digiunare il giorno prima, convinto che questo gli dia più forza e vivacità in campo. Un metodo audace che sicuramente non sarebbe adatto a tutti i giocatori.
E scaramanzia e superstizione non risparmiano, ovviamente, neppure i tifosi del Napoli: c’è chi si fa il segno della croce prima della partita, chi strofina corni singoli e doppi, chi indossa sempre i medesimi indumenti, chi mette la maglia della squadra al proprio cane, chi la sistema sopra o sotto il televisore. E sì perché oggi il calcio, purtroppo, si guarda sempre più spesso in tv: qualcuno ha teorizzato di stare molto attento a sedersi, seguendo categoricamente sempre lo stesso schema, senza stravolgere le posizioni che hanno “portato bene” in precedenza.
