Edmondo Berselli, Mariolino Corso e quel mancino Maradoniano
In questa Maradoneide, Darwin Pastorin intreccia la memoria di Edmondo Berselli e l’arte ribelle di Mariolino Corso, il numero 11 che sfidava le regole con la grazia di un poeta. Tra parole che sanno di letteratura e punizioni che cadevano come “foglie morte”, riaffiora un calcio anarchico e romantico, fatto di maestri leggeri e profeti fuori dagli schemi, dove il sinistro diventa scrittura e il gioco una poesia destinata a non svanire.

Mi è sempre caro ricordare i buoni maestri, di giornalismo e scrittura, passati sulla terra leggeri, ma lasciando un segno indelebile per sempre. Penso, ad esempio, a Edmondo Berselli, scrittore, editorialista, commentatore arguto e ironico dei fatti sociali e politici e sportivi, scomparso nel 2010 a Modena. Ho avuto il piacere di conoscerlo e di averlo ospite nel mio programma “Il gol sopra Berlino”, andato in onda per un mese durante i mondiali del 2006 a Berlino, vinto dagli azzurri di Lippi contro la Francia ai rigori. Un suo libro sulla memoria del calcio lo consiglio ancora oggi. E con Berselli, ricordiamo il principale protagonista di quel suo capolavoro letterario: il campione atipico Mariolino Corso, che fu anche allenatore della Primavera del Napoli (dal 1978 al 1982).
“Quattri passi di rincorsa, sinistro liftato, palla che sorvola con inesorabile lentezza la barriera, portiere avversario annichilito mentre la palla si adagia beffarda in rete”. Così, nel suo “Il più mancino dei tiri” (Mondadori, prima pubblicazione 1995) l’immenso Edmondo Berselli, fuoriclasse della scrittura, descrisse il colpo magico di Mariolino Corso, la sua celeberrima “foglia morta”, quella conclusione che sapeva di magia e meraviglia, che si rifaceva alle prodezze di un esteta come il brasiliano Didi e, ovviamente, del più grande di tutti: Diego Armando Maradona. Corso, veronese, giunto al suo passo d’addio nel 2020, a 78 anni, è stato un fuoriclasse della nostra pelota: resteranno, nello spazio e nel tempo, le sue punizioni impossibili, i suoi gol da urlo, i suoi lanci illuminanti: perché lui, numero 11 rivoluzionario, amava far viaggiare il pallone, evitando così corse e rincorse: per questo Gianni Brera lo definì “participio passato del verbo correre”.
Fu “Il piede sinistro di Dio”, “Mandrake”, fu un giocatore anarchico, incapace di seguire le regole. Tra lui e l’allenatore Helenio Herrera, parliamo delle stagioni della Grande Inter, i rapporti risultavano spigolosi, non facili: ma era impossibile fare a meno di quel calciatore dai calzettoni abbassati, come il suo amato Omar Sivori, che sapeva come risolvere una partita difficile, come far uscire la squadra dalla banalità degli schemi mandati a memoria. Corso rappresentava la soluzione “altra”, il giocatore che, a un certo punto, seguendo estro e istinto, decideva il modo per rimettere le cose a posto, come far trionfare i nerazzurri. Che squadrone, certo: Sarti, Burgnich, Facchetti, Picchi, Jair, Sandrino Mazzola, Suarez… Ma poi c’era lui, Mariolino, a farci capire che il calcio aveva i suoi profeti, i suoi elementi fuori dalle regole, gli amanti del guizzo a sorpresa, tipi così: decisamente splendidi e strampalati. Dal 1957 al 1973 alla corte interista: quattro scudetti, 2 coppe dei Campioni e 2 coppe Intercontinentali, prima di andare a mostrar bellezza e suscitare stupori al Genoa. La decisione, poi, di fare l’allenatore, anche nella sua Inter. Ma il Corso che resterà nelle pagine e nella memoria rimane quel numero 11, che sapeva come accarezza il pallone, come renderlo bello e impossibile.
Ancora Berselli: “Una sola figura si esime dalla regola: è l’uomo in più, il fantasista dal tocco magico, il primo violino che suona una melodia tutta sua mentre l’orchestra segue disciplinatamente lo spartito. È un individuo che lotta contro l’omologazione, un allevatore di lucciole”. Sì, Corso, in quelle stagioni del football romantico, dei miti unici e irripetibili, era il lampo accecante, la “foglia morta” che riempiva gli spalti di calore e colori.
Come una poesia di Jacques Prévert.
