La fisarmonica di Rocco Commisso per noi figli di emigranti
In questa Maradoneide, Darwin Pastorin ricorda Rocco Commisso trasformando la sua fisarmonica in una metafora potente dell’emigrazione italiana: uno strumento che custodisce memoria, nostalgia e dignità. Non il racconto del successo, ma il suono sommesso di chi è partito e non ha mai smesso di appartenere, tra oceani attraversati e radici che continuano a vibrare.

Non ho conosciuto Rocco Commisso, presidente della Fiorentina scomparso nei giorni scorsi: ma ho appreso il suo entusiasmo e il suo amore per la Viola, grazie agli scritti di molti giornalisti e scrittori, in primis Pippo Russo. Una storia di emigrazione e di successo. La nascita in Calabria, a Marina di Gioiosa Ionica, nel 1949, a dodici anni la partenza per gli Stati Uniti dove raggiunge (con la mamma e due sorelle) il padre falegname. La famiglia vive una breve stagione in Pennsylvania, per poi trasferirsi a New York, nel Bronx, quartiere che da sempre raccoglie i sogni e le malinconie di migranti da ogni anfratto del mondo. Rocco è un tipo tosto, sportivo, studioso, caparbio: si laurea alla Columbia University, fino a diventare un imprenditore ricco e stimato. Con l’Italia nel cuore, decide di acquistare la Fiorentina: creando il “Viola Park”, un centro sportivo funzionale e moderno, con uno stadio per la squadra femminile e per la Primavera e ben dieci campi d’allenamento.
Ma non è sulla sua vicenda professionale che mi voglio dilungare, anche perché è stata ampiamente approfondita su tutti i media. In questi giorni, sui social, mi sono apparsi due video che raccontano tanto di Rocco e di tutti quelli che, come me, sono figli di gente che è partita, per fame e per utopia e per disperazione, dai nostri porti per raggiungere le Americhe: in questi filmati vediamo Rocco suonare la fisarmonica. E il suono di questo strumento appartiene alla colonna sonora di molte nostre vite: lo ricordo nella mia infanzia a San Paolo del Brasile e anche, tornando per lavoro o per saudade in terra brasiliana, in altri quartieri italo-paulistani, come il Mooca, dove un anziano napoletano cantava tutti i giorni, accompagnandosi con la fisarmonica, seduto su una sedia di paglia davanti a casa, le canzoni in dialetto dei suoi genitori e dei suoi nonni, ogni volta commuovendosi.
Oggi vanno di moda, da parte degli italiani di terza o quarta generazione, gli inni per Diego Armando Maradona, il D1OS dell’orgoglio e della meraviglia. Ma in molti barrios o in certi distretti, dalla California a tutta l’Argentina, dall’Australia alla Svizzera e al Belgio, la fisarmonica resta, e resterà per sempre, strumento di consolazione e di liberazione, di solidarietà e di nostalgia.
Rocco mi ha profondamente emozionato, e ora lo abbraccio al mio cuore come fratello maggiore di oceano e ricordi.
