Quando Jorge Amado scese in campo per celebrare Pelé e difendere Dieguito
In questa Maradoneide, Darwin Pastorin riporta Jorge Amado sul campo per celebrare Pelé e difendere Maradona, ricordandoci che il calcio è arte, danza e umanità. Tra gloria e fragilità, emerge una lezione limpida: i veri fuoriclasse si riconoscono anche nella capacità di tendere la mano

Da anni, amando il football e la letteratura, scrivo mettendo insieme i campioni, esemplari o tragici, fuoriclasse o carneadi con i narratori e i poeti, cercando di capire, tra le righe, il significato della frase del Premio Nobel per la Letteratura (1948) Thomas Stearns Eliot: “Il calcio è un elemento fondamentale della cultura contemporanea”. Gli esempi, come ormai sapete, sono tanti: da Arpino e Galeano, da Soriano a Marías, da Hornby e Cela, da Carlos Drummond de Andrade a Saba, e via continuando.
Jorge Amado, decisamente lo scrittore brasiliano più amato e stimato, non si è occupato molto di pallone nelle sue opere: ma quando lo ha fatto ha, inevitabilmente, lasciato il segno. Ha pubblicato un volume per bambini divertente e tenerissimo: “La palla innamorata”, dove il protagonista è un portiere soprannominato Go-Gol, passato dalla polvere al trionfo. Ho avuto la grazia di intervistarlo, per Tuttosport, l’11 dicembre del 1993. Mi confidò: “Sono realmente un appassionato di calcio. Il calcio è qualcosa di più che un semplice sport: è, allo stesso tempo, arte. Una buona partita di football rappresenta uno spettacolo straordinario di danza, con la caratteristica di trattarsi i di una danza improvvisata in ogni suo momento da ventidue ballerini”. Per alcuni anni, Amado e la moglie Zélia Gattai, figlia e nipote di emigranti anarchici italiani e tifosa del mio Palmeiras, mi hanno spedito un loro biglietto d’auguri per Natale.
Amado, in una sua originale autobiografia, si è occupato del suo adorato Pelé e dell’immenso, ma vituperato Maradona, vittima soprattutto di grotteschi luoghi comuni e, certo, anche dei suoi errori: questioni private, comunque.
Leggiamo insieme da “Navigazione di cabotaggio”, Appunti per un libro di memorie che non scriverò mai, traduzione di Irina Bajini, Garzanti 1994 (scritto a Bahia nel 1991): “Che bella persona è Pelé, al secolo Edson Arantes do Nascimento, grande brasiliano, uno dei più grandi, ineguagliabile artista del calcio, non c’è mai stato nessuno come lui, né mai ci sarà. Nato nel Minas Gervasio, da bambino suscitava stupore in chi lo vedeva giocare, a diciassette anni vince la Coppa del Mondo in Svezia, ha fatto per decenni la felicità degli occhi e del cuore della gente, ogni gol era un capolavoro, il simbolo della dignità sportiva. Leggo sui giornali la sua dichiarazione a proposito della tragedia che sta vivendo un altro grande del calcio: Diego Maradona. Nelle nebbie della droga, nelle maglie della mafia, denunciato, accusato, processato, espulso, castigato, messo alla berlina, oggetto di rabbia e disprezzo, piatto pronto per gli sciacalli della stampa, per l’orgasmo degli invidiosi: colori che, pieni di rancore, non perdonano i grandi ne chiedono la testa, decretano la fine del povero ‘Pibe’ accecato dalla gloria e da essa consumato. Bisogna essere Pelé per indossare la gloria con semplicità. Pelé dice parole giuste, quelle che avrei voluto sentire, piene di umanità: ‘Non è il momento di accusare Diego, di puntargli il dito contro, umiliarlo, seppellirlo vivo nello stadio vuoto, fuggirlo come la peste. Bisogna appoggiarlo in questo momento difficile, aiutarlo, porgergli la mano, dirgli: fratello, domani lo stadio sarà strapieno di gente, il pallone ti verrà incontro, dai tuoi piedi partirà il gol della vittoria e i tifosi andranno in delirio’. È bello trovare una persona per bene in mezzo a tanta meschinità, a tante persone spregevoli che riversano il loro odio in ogni cosa. Un certo settore dei mass media brasiliani detesta Pelé e cerca di oscurarne la gloria. Per vedere riconosciuta la sua grandezza, dovrebbe bere e avere un brutto carattere, vivere nella miseria ed essere pieno di guai”.
Così Amado, l’autore di capolavori come “Gabriella, garofano e cannella”, “Teresa Batista stanca di guerra”, “Dona Flor e i suoi due mariti”: passione e cultura, ironia e consapevolezza.
