Ci sono romanzi che ti prendono immediatamente il cuore, che finisci di leggerli in due notti insonni, che ti riverberano memorie dell’infanzia. Mi è accaduto con il meraviglioso “Bambino a Roma”, edito da Feltrinelli, del celebre cantautore e narratore brasiliano Chico Buarque de Hollanda. Una autobiografia delle stagioni romane della famiglia Buarque de Hollanda, all’inizio degli Anni Cinquanta, nella nostra Capitale, al seguito del padre Sérgio, storico di fama internazionale e critico letterario, docente all’Università “La Sapienza” (un incarico a termine). Un libro tra realtà, sogno e finzione, che fa sorridere e intenerisce, con diverse fotografie, tra le pagine, di Chico bimbo. Il futuro musicista si porta dietro, nel lungo viaggio in nave, il suo oggetto più amato: “E non fu difficile avere successo con i ragazzini della mia età possedendo un pallone di cuoio Drible numero 5, regalo di Natale della mia madrina in Brasile.
Dopo qualche malinteso, riuscii a convincere la banda di Villa Paganini che il pallone mi era stato regalato da Ghiggia in persona, la stella uruguaiana appena ingaggiata dalla Roma. Sì, il pallone era appartenuto al mio padrino Ghiggia, che aveva segnato il gol della vittoria dell’Uruguay contro il Brasile negli ultimi Campionati Mondiali al Maracanã”. Quella menzogna aiuta Chico ad ambientarsi nel Bel Paese.
E quel pallone ideale arriva anche a
São Paulo: dove io bambino, figlio nipote e pronipote di migranti veneti, comincio a inseguire la vita dietro quella sfera di plastica: ed è giocando per strada con coetanei ebrei, musulmani, mulatti e giapponesi che capisco, fin dalla tenera età, che il razzismo è veramente la cosa più idiota esistente nel mondo. Quando ho tre anni (1958) la Seleção conquista il suo primo mondiale, che ancora si chiama
Coppa Jules Rimet, a Stoccolma, battendo la Svezia in finale. E così i formidabili Pelé e Garrincha vendicano il “
Maracanazo”, ovvero la sconfitta al Maracanã di Rio de Janeiro della favoritissima nazionale verdeoro da parte dell’Uruguay, nel 1950. Ricordate. 2-1 per la Celeste in virtù del gol decisivo del “padrino” di Chico, il funambolico Ghiggia.
È sempre quel pallone-simbolo termina la sua corsa a Villa Fiorito, nei sobborghi di Buenos Aires, dove a metà degli Anni Sessanta un ragazzino dai capelli folti e ricci, dal sinistro che è una magia della natura, incanta e fa sognare: Diego Armando Maradona. In un filmato Super 8,
Dieguito palleggia con la classe di un Omar Sivori già maturo, promette di conquistare la Coppa del Mondo e con quella sua bella faccia da scugnizzo, il futuro napoletano già impresso nel volto, sorride: consapevole del proprio destino senza paragoni. Diventerà, senza ombra di dubbio, il calciatore più forte di tutti i tempi, sempre e per sempre. Ecco: un pallone, un semplice, pallone crea mondi, abbatte i ponti, consola la nostalgia e aiuta a realizzare le utopie. Come cantautore, come giornalista e, soprattutto, come campione infinito. Perché
D10S non é morto, no: continua a camminare al nostro fianco, amico eterno. Compagno di lotte e di incantesimi e di fantasie.