Saturnino Osorio: sopravvivere ai Mondiali, morire a un posto di blocco
Nella rubrica di Luigi Guelpa, la storia di Saturnino Osorio diventa una ferita aperta: difensore della nazionale salvadoregna al mondiale del 1970, scampato agli stadi del mondo e cancellato dal silenzio di un regime. Quando il calcio smette di proteggere e la paura non concede più novanta minuti di tregua

Di Saturnino Osorio restano poche fotografie, un nome inciso negli almanacchi del calcio centroamericano, qualche figurina, e una domanda che nessun regime ha mai saputo, o voluto, chiarire: perché si può sopravvivere a un Mondiale e morire a un posto di blocco?
Osorio, detto Ninón, difensore ruvido e affidabile, aveva imparato presto che il calcio è una forma di resistenza. Resistere all’ala che scappa via, al pubblico che fischia, alla fatica che ti prende le gambe quando il caldo di San Salvador sembra una punizione divina. Aveva vestito le maglie dell’Aguila e dell’Alianza, squadre che per un popolo povero e inquieto erano più reali dei governi. E aveva vestito, soprattutto, la maglia della nazionale salvadoregna ai Mondiali del 1970 in Messico, quando El Salvador scoprì di esistere anche per il resto del mondo, seppure per poco. In Messico Osorio difese come si difende chi sa di non avere alibi: senza eleganza, ma con una dignità che non si allena.
Tornò a casa senza gloria, ma con la certezza che il calcio, almeno per novanta minuti, poteva sospendere la paura.
Poi arrivarono gli anni in cui la paura non aveva più bisogno di sospensioni. La divisa militare divenne più comune della maglia da gioco, i posti di blocco più numerosi delle aree di rigore. El Salvador entrava nella sua notte lunga, quella della repressione e delle liste senza nomi, quando bastava fermarsi nel posto sbagliato per diventare una statistica. Nel 1980, a Ciudad de Mejicanos, Osorio non stava marcando nessuno. Non c’era un pallone, non c’era uno stadio. C’era un controllo dell’esercito. Secondo le versioni ufficiali, che somigliano sempre a referti medici scritti da chi non ha visto il malato, fu colpito a morte durante un posto di blocco. Errore, eccesso di zelo, fatalità. Parole che i regimi usano come il burro per far scivolare la verità.
Morì così, ad appena 35 anni, un ex nazionale, uno che aveva difeso il suo Paese davanti a telecamere straniere, abbattuto come un sospetto qualunque. Nessuna inchiesta, nessun colpevole. Solo il silenzio, che in quelle terre era l’unica istituzione davvero efficiente. La sua vicenda pesa ancora. Perché racconta che, in certi Paesi, puoi sopravvivere a Pelé, agli stadi pieni, ai Mondiali, ma non a una torcia puntata in faccia nella notte sbagliata.
