Il prezzo del pallone: quando il calcio diventa una dichiarazione di potere

Nella rubrica "Insolite Coordinate", Luigi Guelpa sposta lo sguardo fuori dal campo e dentro il rumore del denaro. I 1.750 milioni pronti per l’Al Hilal non raccontano un’operazione sportiva,ma una strategia di potere simbolico,politico e culturale.L’Arabia Saudita usa il pallone come geografia dell’influenza globale.E la vera domanda non è chi vincerà,ma cosa resterà quando vincere non basterà più.

Articolo di Luigi Guelpa18/12/2025

C’è un momento, nel calcio contemporaneo, in cui il rumore dei soldi diventa così assordante da coprire perfino il boato dello stadio. Un frastuono metallico, continuo, che non sa di festa ma di cassaforte. L’Arabia Saudita, oggi, non compra solo giocatori o allenatori: compra tempo, reputazione, futuro.

La notizia è di quelle che fanno tremare le rotative: l’Al Hilal, monumento sportivo del Golfo, è pronto a cambiare padrone. Il principe Alwaleed bin Talal, uno degli uomini più ricchi del pianeta e membro illustre della famiglia reale, avrebbe messo sul tavolo 1.750 milioni di euro per rilevarlo. Una cifra che non si spiega, si subisce. Una cifra che non si discute, si teme.

La domanda non è più chi vince, ma chi paga e soprattutto perché. Qui nasce il dubbio etico, che è sempre il parente povero del dibattito calcistico. È legittimo mettere in campo tutti questi soldi mentre fuori dal campo restano irrisolti diritti, libertà, contraddizioni sociali? È solo calcio, diranno i più cinici. Ma il calcio non è mai solo calcio: è un racconto nazionale, una vetrina politica, un gigantesco specchio deformante.

Gli sceicchi, e il termine non è offensivo, è descrittivo, trattano il pallone come un’industria emotiva. Ma un’industria può essere chiusa, delocalizzata, rottamata. E allora la domanda si fa più inquietante: siamo davanti a un progetto a lungo termine o a un giocattolo dorato? A una strategia culturale o a un capriccio di lusso, come uno yacht troppo grande per essere amato a lungo?

Alwaleed bin Talal non è un improvvisatore. Ha partecipazioni ovunque, dai media agli hotel, da Apple a Citigroup. Sa cos’è il potere simbolico. E l’Al Hilal è simbolo puro: tifo, identità, supremazia regionale. Comprarlo significa appropriarsi di un immaginario collettivo, trasformarlo in brand, magari in franchigia globale. Ma il calcio non ama essere posseduto troppo a lungo. Prima o poi presenta il conto sotto forma di noia, disaffezione, rigetto.

L’Europa osserva, ipocrita come sempre, fingendo scandalo dopo aver venduto l’anima a fondi, sponsor e multiproprietà. Il calcio occidentale non è innocente, è solo più stanco. L’Arabia arriva con la freschezza di chi ha soldi e fame di riconoscimento. 1.750 milioni per l’Al Hilal non sono un investimento sportivo. Sono una dichiarazione di potere. E come tutte le dichiarazioni di potere, meritano una risposta critica. Non moralista, ma lucida. Perché il problema non è se l’Al Hilal diventerà più forte. Il problema è cosa succederà quando vincere non basterà più.

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