Capua e Pompei, culle dell’arena: quando la Campania forgiava i gladiatori di Roma
Per "L’anima di Partenope", Giancamillo Trani ripercorre le origini campane dei munera gladiatoria, dalle celebri scuole di Capua agli spettacoli dello Spectacula di Pompei. Tra addestramento, disciplina e consenso popolare, emerge una Campania protagonista della storia romana, laboratorio di combattenti e di spettacolo pubblico, dove il coraggio veniva temprato prima ancora che celebrato nell’arena.

I combattimenti dei gladiatori (munera gladiatoria) nell’antica Roma sono unanimemente considerati una forma primitiva di sport da combattimento o spettacolo sportivo – marziale, piuttosto che uno sport nel senso moderno del termine. Sebbene regolamentati da arbitri, basati su un addestramento quotidiano in palestre (ludi) e caratterizzati da diverse categorie di armamento, l’obiettivo finale era il ferimento grave dello sconfitto, mentre l’esito letale era talvolta deciso dal pubblico o dall’Imperatore.
La Scuola Capuana per gladiatori, situata nell’antica Capua (oggi Santa Maria Capua Vetere), era una delle più rinomate ed importanti del mondo Romano, seconda per fama solo a quelle della Caput Mundi. Di proprietà del lanista Lentulo Batiato (il lanista era i proprietario del ludus gladiatores, ovvero il luogo dove i futuri gladiatori imparavano a combattere) divenne famosa per essere stata il luogo di addestramento di Spartaco, il gladiatore che guidò la grande rivolta degli schiavi contro Roma, nel 73 a.C.
Altra scuola di addestramento per gladiatori molto famosa era quella di Pompei. I futuri gladiatori venivano scelti tra prigionieri di guerra, schiavi, criminali condannati a morte, militari degradati. Il loro allenamento prevedeva la pratica continua di alcune discipline sportive quali la corsa con i pesi, il pugilato, la lotta e l’allenamento con pesanti armi di legno che riproducevano quelle da combattimento, mentre i colpi venivano sferrati contro un robusto palo piantato saldamente nel terreno, prima di cimentarsi contro avversari in carne ed ossa (in questo, l’addestramento dei gladiatori ricordava molto quello dell’esercito romano. Ne scrive, diffusamente, l’autore latino Vegezio in un suo testo n.d.r.).
Per quanto riguarda la dieta, i ricercatori hanno effettuato un’analisi isotopica delle ossa in un cimitero di gladiatori ad Efeso, in Turchia. Sorprendentemente, i gladiatori seguivano una dieta in gran parte vegetariana, sebbene ad alto contenuto proteico – energetico a base di orzo, fagioli, farro, farina d’avena e frutta secca. L’orzo era una fonte di proteine particolarmente importante, tanto che i gladiatori sono a volte chiamati hordearii o “uomini d’orzo” nei testi romani. Di conseguenza, è probabile che i gladiatori non fossero i tipi muscolosi che si vedono nei films di genere: ciò che le rappresentazioni dei gladiatori in mosaici ed affreschi mostrano, sono ragazzi con un fisico come un pugile o un lottatore olimpico.
I gladiatori romani erano classificati in base al tipo di armatura, armi e stile di combattimento, spesso contrapposti a coppie complementari (pesante vs leggero). I principali tipi includevano il Mirmillone (scudo grande, gladio), il Trace (scudo piccolo, lama curva), il Reziario (rete e tridente, senza elmo) e il Secutor (elmo liscio, gladio, scutum – scudo rettangolare – manica sulla spalla destra, ocrea – schiniere sulla gamba sinistra. Era cacciatore del reziario n.d.r.). Molti di essi divenivano delle vere e proprie star e non di rado le ricche matrone li assoldavano per incontri intimi. Questo consentiva ai gladiatori più valenti di arricchirsi e di conseguire prestigio sociale. Il simbolo del gladiatore liberato nell’antica Roma era il rudis (o rudi), una spada di legno. Ricevere la rudis significava la concessione della libertà ed esimeva il gladiatore dall’obbligo di combattere. Veniva donata ai gladiatori coraggiosi o famosi che sopravvivevano a numerosi combattimenti, spesso insieme a rami di palma come simbolo di vittoria. Il gladiatore che riceveva la rudis e sceglieva di ritirarsi veniva definito rudiarius. Alcuni, affrancati, continuavano a combattere come uomini liberi, mentre altri diventavano allenatori o arbitri.
Pur deprecando la violenza di questi combattimenti, va detto che il tasso di mortalità era del 10 – 15% e non tutti gli scontri si chiudevano con la morte di uno dei contendenti: i gladiatori erano merce preziosa ed il loro addestramento costava comunque tantissimo. C’era molta spettacolarizzazione, come nel contemporaneo wrestling.
L’anfiteatro di Pompei, chiamato Spectacula dagli abitanti della città, fu costruito con il contributo finanziario dei magistrati C. Quinctius Valgus e Marcus Porcius. L’anfiteatro era a pianta ellittica e comprendeva l’arena, ovvero lo spazio centrale destinato ai combattimenti, e la cavea, cioè le gradinate che circondavano l’arena, dove si sedevano gli spettatori. L’accesso all’anfiteatro era gratuito per i cittadini di Pompei, ai quali venivano distribuite speciali tessere d’ingresso. Per proteggere gli spettatori dal sole, l’anfiteatro era dotato di un velarium, una copertura mobile in tela di lino sostenuta da pennoni e manovrata con corde. La presenza del velarium era spesso pubblicizzata negli annunci degli spettacoli.
Il coinvolgimento del pubblico era altissimo e non erano rari gli scontri violenti tra i tifosi. Un episodio di questo tipo, avvenuto a Pompei nel 59 d.C., coinvolse i tifosi pompeiani e quelli della vicina città di Nuceria (oggi Nocera), causando un vero e proprio eccidio. L’episodio, raccontato dallo storico Tacito, è anche raffigurato in un dipinto conservato al MANN di Napoli.
Oltre ai combattimenti tra gladiatori, nell’anfiteatro si svolgevano anche le venationes, spettacoli di caccia che vedevano uomini affrontare belve feroci come leoni, tigri ed orsi. I giochi gladiatori, nonostante la innegabile popolarità, furono oggetto di critiche per la loro crudeltà. Nel 404 d.C., grazie anche alle proteste di insigni intellettuali ed all’affermarsi del Cristianesimo, i combattimenti gladiatorii furono definitivamente banditi.
