Pasquale Mazzocchi, uno di tutti
"Frattaglie – Il pallone visto dal lato storto", la rubrica dissacrante e appassionata in cui Vincenzo Imperatore racconta il calcio con osservazioni sparse, provocazioni e lo sguardo libero del tifoso, questa settimana racconta l’ovazione interclassista del Maradona per Mazzocchi: il ragazzo dei quartieri di margine che mette in piedi insieme Barra e Posillipo, i vicoli e i parchi privati, e si prende l’abbraccio di un popolo intero. Da “uno di noi” a “uno di tutti”.

A Napoli siamo bravissimi a dividerci: rioni contro rioni, colline contro periferie, quelli “di sopra” che guardano storto quelli “di giù Napoli” e viceversa. Ci dividiamo su tutto: sulla politica, su Conte, persino sul colore delle luci di Natale. Eppure, ogni tanto, capita un piccolo miracolo laico: uno che mette d’accordo tutti. In un calcio pieno di stelle patinate e di procuratori in giacca slim, quel miracolo si chiama Pasquale Mazzocchi.
Mazzocchi viene da quei pezzi di città che stanno sempre un passo più in là: quartieri di margine, delinquenza, marciapiedi che sembrano provini permanenti per la resistenza urbana. È cresciuto dove il calcio non è hobby, ma scialuppa di salvataggio. Eppure il suo nome oggi gira con la stessa naturalezza nei bar di periferia e nei salotti col parquet lucido, tra Barra e Posillipo, tra la gente che fa la fila alla posta e quella che parcheggia il suv in doppia fila davanti al lounge bar.
Qui viene il bello, che fa sorridere e pensare: Mazzocchi piace anche a quelli dei quartieri “bene”, quelli che di solito hanno lo sguardo un po’ spruzzamerda su tutto ciò che sa di popolare. Gente abituata a tifare per l’“immagine”, per il talento instagrammabile, per il campione che fa like pure quando si allaccia le scarpe. E invece no: questa volta l’ovazione è per un calciatore che ha giocato pochissimo, che è rimasto fuori dalla lista Champions, che per mesi è esistito solo nei racconti del centro sportivo.
Sabato al Maradona, al momento del suo ingresso, si è alzato un boato che non aveva niente di retorico. Non era il boato per il fuoriclasse che hai comprato a peso d’oro, ma per uno che si è consumato in allenamento mentre il resto del mondo parlava d’altro. Mazzocchi ha attraversato mesi di silenzio totale: niente polemiche, niente “storie” criptiche, niente procuratori in tv a lamentarsi delle scelte dell’allenatore. Solo lavoro, sudore e quella faccia un po’ storta di chi nella vita si è dovuto guadagnare pure l’aria.
Il paradosso è che questo silenzio, in una città che vive di chiasso, è diventato la sua arma di seduzione di massa. Non ha mai reclamato spazio, non ha mai alzato la voce. Si è fatto trovare pronto quando è toccato a lui. In un’epoca di calciatori che cambiano squadra come si cambia outfit, Pasquale ha scelto, per il momento, la via più difficile: stare, aspettare, resistere (e guadagnare meno). E Napoli, che a forza di mazzate ha imparato a riconoscere chi finge e chi è vero, questa cosa l’ha fiutata subito. Non so quanto e se resterà ancora a lungo nel Napoli ma una cosa è certa: Mazzocchi rimarrà un capitano senza fascia nella storia del Napoli
C’è un’immagine che fa capire subito quanto il modo in cui Napoli ha adottato Mazzocchi sia interclassista. È il ricordo della festa scudetto sul lungomare, quando la squadra sfilava sul bus scoperto. Lui, davanti a quel bagno di folla, disse di sentirsi quasi a disagio lì sopra, perché si sentiva più a suo agio tra la gente che sul pullman. “Io sono uno di voi” non come slogan, ma come imbarazzo sincero. In quel momento ha scavalcato tutte le barriere sociali: era riconoscibile per chi vive in un basso umido e per chi abita in attico vista mare. Perché la dignità, quando è autentica, buca ogni ceto.
E così Pasquale Mazzocchi è diventato una specie di specchio con cui la città fa i conti. Il ragazzo dei quartieri di emarginazione che finisce per piacere a chi solitamente consuma il calcio come un aperitivo: un’ora di partita, una foto, un reel, un commento acido e via. Con lui, persino chi guarda il calcio dall’alto, protetto da vetri e hospitality, è costretto a riconoscere una cosa che spesso dimentica: la fatica. La gavetta vera. I campi infami. Gli stipendi che arrivano in ritardo. Le valigie sempre pronte perché non sai dove ti manderanno a giocare l’anno dopo.
L’ovazione di sabato è stata il giusto premio, ma anche una piccola lezione collettiva. Ha ricordato a tutti che il Maradona, quando vuole, sa ancora essere il più potente ascensore sociale di Napoli. Lì, nello stesso secondo, si sono alzati in piedi i ragazzi delle curve, i padri con la tuta logora e i professionisti in camicia stirata. Tutti a gridare il nome di uno che non ha la faccia da poster, ma il corpo pieno di cicatrici di chi ha fatto la trafila dai campi di provincia fino allo scudetto nel cielo azzurro di Fuorigrotta.
In un calcio sempre più distante dalla vita reale, dove l’eroe è spesso un prodotto di marketing, Pasquale Mazzocchi è un fastidio dolcissimo per il sistema: ricorda che a volte il popolo sceglie da solo i propri idoli, contro ogni algoritmo. E che può innamorarsi perdutamente non del più forte, ma del più credibile. Del ragazzo che festeggia lo scudetto e invece di montarsi la testa confessa che, se potesse, scenderebbe dal bus per abbracciare uno per uno quelli che urlano il suo nome.
Forse è per questo che Pasquale Mazzocchi mette d’accordo tutti: chi ha fatto la fila alla Caritas e chi ha il posto fisso in banca, chi vive in un vicolo e chi in un parco privato. In lui rivedono una cosa che Napoli teme di aver perso: la possibilità che il talento, quando è accompagnato da umiltà e fatica, possa ancora sfondare il muro delle differenze sociali. Un terzino che diventa fenomeno interclassista: se qualcuno cercava la definizione perfetta di “uno di noi”, sabato al Maradona non l’ha trovata.
Perchè Pasqaule è “uno di tutti”
