Napoli all’Inferno XXIX: chi è causa del suo mal pianga se stesso

Il Napoli è in continua caduta e risalita come vittima di scie di assestamento che ad impressione potrebbero prolungarsi fino a fine stagione.

NapoliFoto Mosca
Articolo di carloiacono20/12/2023

È il Napoli dei saluti anticipati. Dopo l’addio allo scudetto, arriva l’arrivederci alla Coppa Italia – in una stagione, quella post scudetto, che ahinoi verosimilmente si mette sui binari che portano agli “zero tituli”.

Si esce dalla competizione più bistrattata dell’universo calcistico con una sconfitta – rimediata dal Frosinone – che lucidamente definiamo indecorosa. I ciociari ne hanno fatti “quattro” al Maradona, e sembravano di un’altra categoria rispetto ai campioni d’Italia iridati. Un altro livello tattico, tecnico, fisico, mentale. Tu chiamali se vuoi provinciali…

Provinciale, invece, e superficiale è affrontare la Coppa con una formazione diversa dieci/undicesimi rispetto all’ultima col Cagliari, cosa che ha fatto Mazzarri. In campo dal primo minuto un solo titolare (Mario Rui), o forse due se si considera Natan tale (il Presidente e i suoi uomini l’hanno fatto questa estate). Forse si voleva uscire, forse credersi finalmente una big del calcio era un’illusione, se questa è la mentalità.

Ma attenzione, non diventi questo un alibi. Non siano le colpe di Mazzarri (che pur “evidenti” ci sono) lo specchietto delle allodole, come lo furono quelle di Garcia. I gol degli ospiti sono arrivati tutti nel secondo tempo con i pezzi da novanta in campo e proprio per demerito loro. Osimhen marcava in area sul calcio d’angolo che ha portato al gol di Barrenechea, Di Lorenzo ha servito l’assist suicida a Caso, e ancora il capitano ha causato il rigore trasformato da Cheddira, Kvara ha perso il pallone dello 0-4 realizzato da Harroui.

Parlavamo di un’era Mazzarri che prendeva i suoi albori dopo la qualificazione agli ottavi, il calendario lasciava respirare e il tempo di provare sul campo. La squadra finalmente sembrava sfuggire alle pressione dell’estetica. Su cinismo e lavoro duro si sono costruiti i più grandi imperi calcistici, sono elementi galantuomini donano frutti col e come il tempo, ma richiedono dedizione assoluta, questa al Napoli, però, sembra mancare. E, allora, il crollo è dietro l’angolo. Ed è per questo che il Napoli è in continua caduta e risalita come vittima di scie di assestamento che ad impressione potrebbero prolungarsi fino a fine stagione. A parlare sono i numeri.

Mazzarri ha preso le redini del Napoli a Bergamo (sette partite fa) e ha vinto. Poi le ha prese dal Real (ma per colpa di Meret!), dall’Inter (maledetto arbitro) e dalla Juve (che non meritava di vincere con quel calcio antico). Dopo Torino due vittorie, Braga e Cagliari (brutti, sporchi e cattivi finalmente). A china alta fino al “Clamoroso al Maradona”, Frosinone corsaro che ha umiliato gli azzurri tra le mura amiche. A conti della serva fatti in sette gare, sono arrivate tre vittorie e quattro sconfitte. Garcia in sedici partite ne aveva vinte otto, pareggiate quatto e perse altrettante (4). In pratica il “nuovo” Napoli ha perso quanto il “vecchio” Napoli in un tempo piccolo come direbbe la buon’anima del Califfo.

Applicazione perfetta del “tutto cambia perché nulla cambi” di gattopardiana memoria, in pratica. Perché?

Perché il tecnico ha la sua firma sui disastri (Mazzari ne ha messe tante quanto Garcia), ma in campo ci va il gruppo squadra e lo fa spesso con l’atteggiamento che abbiamo visto ieri sera, lo stesso che si portano addosso durante la settimana, che hanno dalla fine dello scorso campionato che li ha reso i campioni che si sentono, senza riuscire più a dimostrarlo se non attraverso richieste economiche.

La causa di questo corto circuito la conosciamo tutti, ed è a monte. In estate urgevano scelte manageriali diverse, scevre da deliri di onnipotenza.

“Chi è causa del suo mal pianga sé stesso”, Dante Alighieri, Inferno canto XXIX, lì dove sono scivolati gli azzurri.