Il derby Juve-Toro è la mia partita Maradoniana: ricordi, beffe e poetica

Per Darwin Pastorin il derby di Torino è ancora ciò che Giovanni Arpino aveva capito prima di tutti: non una partita normale, ma un conflitto di linguaggi, identità e memorie. Juve come stile, Toro come dialetto, in una sfida maradoniana che resiste al business e restituisce al calcio il suo battito umano.

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Articolo di Darwin Pastorin01/01/2026

Esiste qualcosa che ancora mi fa battere il cuore in questo calcio privo di sentimenti, aggrappato al business, dove la prosa ferrigna ha prevalso sulla poesia dei “principi della zolla”: è il derby di Torino, che non sarà mai una partita “normale“.

Da sempre, rappresenta uno scontro tra ideologie, filosofie, culture, stati d’animo diversi. La città ogni volta si divide. Non più, certo, come un tempo: quando della Juve (o della”Giuve”) erano, soprattutto, i lavoratori meridionali della Fiat Mirafiori che, almeno la domenica, trovavano una sintonia con il padrone Agnelli, più una certa borghesia sabauda, mentre ad essere del Torino (meglio: del Toro), consacrato al mito eterno degli Eroi di Superga, erano i piemontesi dei quartieri periferici e della campagna.

Mario Soldati (bianconero), ne “Le due città”, romanzo del 1964, scrisse: “Attraversarono piazza Vittorio, sterminata nelle prime ore della sera. Già parlavano di football. Emilio, naturalmente, era per la Juventus, la squadra dei gentleman, dei pionieri dell’industria, dei gesuiti, dei benpensanti, di chi aveva fatto il liceo: dei borghesi ricchi. Giraudo, altrettanto naturalmente, era per il Toro, la squadra degli operai, dei bottegai, degli immigrati dai vicini paesi o dalle province di Cuneo e di Alessandria, di chi aveva fatto le tecniche: dei piccoli-borghesi e dei poveri. Giraudo si appassionava. Sentiva che poteva, senza nessun rischio, trasferire la sua avversione per la Juventus, e nel suo amore per i rosso-granata del Torino, tutto il suo socialismo mortificato”.

Oggi la città della Mole è diventata una geografia multiculturale, dove la maggior parte degli immigrati, soprattutto dall’Africa, è appassionata juventina, in special modo durante le stagioni alla corte della Vecchia Signora di Cristiano Ronaldo, mito globale.

La stracittadina dividerà l’intellighenzia cittadina: penso, ad esempio, ai torinisti Gian Carlo Caselli, Alessandro Baricco (che al teatro Bonci di Cesena, nel 2001, narrò, con passione, l’epica del suo idolo Paolino Pulici, il breriano “Puliciclone”), Massimo Gramellini, Giuseppe Culicchia, Mauro Berruto; oppure agli juventini Giovanni De Luna, Paolo Bertinetti, Chiara Appendino, Benedetto Camerana, Evelina Christillin. E quanto mancano Gian Paolo Ormezzano (Toro) e Luca Beatrice (Juve)…

A cantare il derby fu, sopra tutto e tutti, Giovanni Arpino, il “bracconiere di storie e personaggi” che, scrivendo di calcio, sdoganò definitivamente il raccontare di pallone e sport portandolo nell’Olimpo letterario. Così vedeva le due rivali: “La Juventus è universale, il Torino è un dialetto. La Madama è un ‘esperanto’ anche calcistico, il Toro è gergo. E qui il peso del campanile trova finalmente sfogo, piedestallo, unicità espressiva, anche se l’immagine della squadra granata è amata per quanto seminato, tanto tempo fa e in ogni luogo d’Italia, i gol e i lutti dei Valentino Mazzola e dei Maroso”.  Per Arp la Juve era “stile e stiletto”, mentre per il Toro inventò, nell’anno dello scudetto 1976, il neologismo “tremendismo granata”.

Ma per chi tifava il Premio Strega del ‘64 con “L’ombra delle colline”: per la Juventus o per il Torino? Per l’Inter! Il critico letterario Bruno Quaranta (bianconero) scrisse: “Negli anni Cinquanta Arp aveva covato una passione ‘ambrosiana’, come testimoniano la moglie, signora Caterina, e Bruno Perucca, giornalista del foglio torinese, amico sugli spalti, in redazione, intorno a una tavola imbandita”. E Arpino fu padrino di battesimo di Gianfelice Facchetti, figlio del grande Giacinto. All’autore di “Una suora giovane” dobbiamo una delle più belle e intense e commoventi poesie sul calcio, in dialetto piemontese: “Me grand Turin”, Mio grande Torino, dedicata ala Squadra degli Invincibili scomparsi nel rogo di Superga.

Il Toro non vince un derby dal 2015, ma ogni pronostico, quando si parla di stracittadina, è inutile. Ricordo una partita del 2001. Juventus, dopo il primo tempo, in vantaggio per 3-0. I granata si riprendono e vanno sul 3-3. Quasi allo scadere il cileno Salas, puntero bianconero, sbaglia un rigore, anche per via di una stratagemma omerico di Maspero, che scava una buca malandrina sul dischetto. Sto tornando in auto da Cesenatico, dove ho risposto alla convocazione della Nazionale scrittori “Osvaldo Soriano”, centravanti alla Pietro Anastasi, allenatore Giancarlo Magrini, quando squilla il mio telefonino. È Enrico Deaglio, granatissimo. Sa della mia fede per la Vecchia Signora, nata appena arrivato in Italia dal Brasile nel 1961, mentre a San Paolo tifavo e tifo per il Palmeiras, che un tempo si chiamava Palestra Italia. E il derby era con il Corinthians. Non ci sentiamo da almeno un anno. Non mi dice: “Ciao, come stai?”. Non mi saluta nemmeno. Si limita a srotolare in fretta queste parole: “Nel mondo ci sono due entità che combattono il male: i pompieri di New York e il Toro”. Clic!

Anche questo è derby. La più maradoniana delle disfide.

P.s. Auguri di un felicissimo 2026 alle lettrici e ai lettori di Sport del Sud