Canè, Haroldo e quel bivio azzurro che cambiò due destini

Parte oggi la nuova rubrica di Davide Morgera, "Napoli, oggetti smarriti", dedicata alla memoria storica del Napoli tra cimeli e curiosità dimenticate. L’esordio è affidato a una storia emblematica: da una parte Canè, inizialmente messo in discussione e poi diventato simbolo; dall’altra Theodoric Haroldo de Oliveira, mai tesserato in azzurro e destinato a vincere tutto con il Santos. Un racconto che spiega meglio di qualsiasi oggetto come la storia del Napoli passi anche dai suoi bivi mancati.

Articolo di Davide Morgera02/01/2026

I settimanali ed i quotidiani sportivi di inizio anni ‘60 riportavano titoli che oggi sarebbero ‘politically incorrect’, titoli che sanno quasi di un passaggio epocale dal volgare dantesco all’italiano. O, se preferite, dal latino al volgare. Sembra questo, infatti, il paragone più appropriato quando sullo ‘Sport Illustrato’ che annuncia l’avvicinarsi del campionato 1962-63 si titola così: “I tre negretti del campionato di calcio, oppure quando, accanto alla foto di Canè, si legge: …Canè è il nuovo acquisto di colore del Napoli. All’ombra del Vesuvio Canè fu preceduto nel 1947 da un altro negro famoso: La Paz”. Per “chiudere in bellezza” questa breve rassegna è il ‘Calcio Illustrato’ che rincara la dose: I negri sono la maggiore curiosità del prossimo campionato”. Oggi un articolo con questo titolo farebbe rivoltare nella tomba anche il più spregiudicato dei fanatici e degli intolleranti. Ma sessanta e più anni fa quei giocatori erano la novità. Esotica. Atleti dal passo felino e felpato, dalla corsa tecnica e ragionata e dal piede fatato potevano solo far bene al calcio italiano. E in fondo lo fecero. Ai nostri giorni è cambiato il linguaggio (per fortuna) ed anche l’aspetto di novità rappresentato dall’atleta di colore. Visto che nel campionato italiano ne giocano tantissimi, ormai gli stranieri appaiono la norma più che l’elemento innovativo. Chissà cosa accadrà fra altre decine di anni!

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Quando Canè nel 1962 arrivò in Italia e lo mandarono a fare il ritiro pre campionato sul campo di patate di Agerola, nel nostro campionato c’erano solo due altri giocatori dalla “pelle scura”, entrambi inadatti al clima freddo di Milano. Uno era Germano del Milan, che nel grondare sudore in allenamento sembrava voler dimostrare a Rocco di aver visto giusto; l’altro era l’interista Jair, riserva di Garrincha nei Mondiali del Cile e futuro perno dell’Inter Euromondiale di Herrera. “Saudade” a parte, forse il primo a resistere al nuovo ambiente fu proprio Faustinho Jarbas, innamoratosi della città partenopea tanto da mettervi radici. Ebbene quelle radici furono minate dalla singolare storia che lo lega ad un suo connazionale, tale Haroldo, nonché compagno di squadra nell’Olaria, il club dal quale lo aveva acquistato il Napoli.

Figlio di Joào Olspieo, Theodoric Haroldo de Oliveira nacque il 1 luglio 1937, nel quartiere di Vaz Lobo, zona Nord della città di Rio de Janeiro. Con i pantaloni corti lo si vedeva già fare scorribande a Rua dos Tomoios, nel quartiere Flamengo, un ‘bairro’ dove ogni tanto passava un osservatore e si fermava a guardare. La sua prima squadra si chiamava Goyea. Da lì passò all’Olaria grazie a Djalma Ferreira, assistente di Delio Neves. Fu lì che incontrerà Faustino Canè, anch’egli, guarda caso, meccanico e giocatore nel tempo libero. Il passaggio non fu indolore per lui poiché, indeciso se continuare a fare il meccanico o cercare di sfondare nel mondo del calcio, non voleva lasciare l’officina di riparazione a cui tanto si era affezionato. Ma il calcio era e restava la sua passione segreta e sfrenata e nell’Olaria iniziò a prendere anche mille cruzeiro a partita. Qui veniva impiegato da terzino sinistro e da stopper e Josè de Albouquerque, il presidente dell’Olaria che porterà Canè in Italia, lo promise anche al Napoli. L’accordo verbale si fece. L’Italia, la città col Vesuvio, un passaggio transoceanico, un nuovo campionato, un calcio diverso. Qui rimase un mese in ‘prova’ (allora veramente i giocatori si acquistavano vedendoli in foto!), tra fine ottobre e fine novembre del 1962, perché la squadra del presidente Lauro stava seriamente pensando di rimandare Canè in Brasile dopo le prime fallimentari prestazioni del futuro bomber di cioccolato. In tal modo la sua partenza avrebbe liberato il posto di straniero proprio in favore di Haroldo.

Il comandante Lauro aveva sborsato 4.000 dollari di tasca sua per prendere Canè e considerava l’attaccante un regalo personale al Napoli. Adesso ci stava ripensando. Le notizie delle brutte prestazioni di Jarbas Faustinho erano arrivate anche in Brasile dopo che Jarbas era stato accolto come il salvatore della patria partenopea, la punta dai potenziali venti gol a campionato. Grosso entusiasmo ad Agerola, sede del ritiro estivo della squadra, reduce dalla vittoria in Coppa Italia e di quella in campionato con la promozione nella massima serie. Il bomber di colore fu il più osservato, tutti gli occhi dei tifosi, dei cronisti e dei tecnici, vogliosi e curiosi di scoprirne le qualità, erano per lui. Qualche delusione iniziò ad arrivare quando, in ritiro, calciava al cielo molti palloni e nei dribbling appariva fumoso e poco dedito ad una tecnica ‘brasiliana’. Insomma, inquadrava poco la porta. La gente si interrogava, Pesaola e Monzeglio, i tecnici del Napoli, si interrogavano. Canè, disorientato anche dal nuovo ambiente, stava per essere definito ‘bidone’, altro che “è niro e gli avversari si mettono paura e lui fa più gol” come da incipit di Lauro.

Il Napoli iniziò il campionato con due ‘scoppole’, 3 a 0 a Roma contro i giallorossi e 1 a 5 in casa contro il Milan. In entrambe le gare a Canè viene affidata la maglia numero nove. Il brasiliano non beccò palla e l’unico tiro che fece verso le porte avversarie andò a salutare le stelle. Bocciato. Dalla terza partita in poi, approfittando anche di un suo stiramento muscolare, il duo-tecnico sceglie Fanello come punta centrale e il brasiliano viene messo in naftalina. E’ in questo lasso di tempo, con la squadra in enorme difficoltà e nei bassifondi della classifica, che nacque l’idea di prendere un altro straniero al posto di Faustinho. A Capodichino sbarcarono, dunque, Josè Albouquerque, presidente dell’Olaria, Haroldo, Jabarù (un carneade, anch’egli proposto al Napoli) ed un altro intermediario brasiliano. L’affare si farà o non si farà? La società azzurra mette le mani avanti, vogliamo vederlo alla prova, capire se può servire e se è più forte dei difensori che già abbiamo. Inoltre, fattore da non trascurare, Haroldo è un classico stopper mentre Canè è un attaccante, non esattamente lo stesso ruolo. Coprire la fase difensiva e cercare un attaccante nel mercato autunnale (che all’epoca si svolgeva a novembre) per disfarsi di una punta che aveva disatteso tutte le migliori aspettative? I quotidiani napoletani strombazzano “La ‘torre nera’ per risolvere i problemi del Napoli”, riferendosi al nuovo arrivato in città. Haroldo è un giovanotto alto 1,80 cm, pesa 68 kg, ha un fisico possente e sulla carta dà tutta la sicurezza di un buon centrale di difesa. Il Napoli, durante la sosta per l’impegno della Nazionale italiana contro l’Austria al Prater di Vienna, lo mette subito alla prova contro gli austriaci dello Schweichater al San Paolo l’11 novembre del 1962. Albouquerque giura e spergiura sulle qualità del suo ‘assistito’, dice che Pablo Amaral, l’allenatore della Juventus, stravede per lui e voleva acquistarlo quando era al Botafogo. E’ convinto che Haroldo possa ‘matare’ i centravanti italiani perché è molto forte nell’uno contro uno, nell’anticipo e nella velocità. Con queste premesse si vive la viglia della amichevole contro lo Schweichater dove Pesaola intende far giocare tutti e 18 giocatori della rosa e provare l’ex difensore dell’Olaria. Il test con i viennesi serve anche per avere indicazioni circa la squadra da schierare in campo a Budapest contro l’Ujpest per la gara di Coppa delle Coppe di qualche giorno dopo. Non ci sarà Canè, ancora infortunato, che rischia seriamente di ritornare in Brasile senza aver potuto avere una prova di appello, senza poter salutare quel pubblico che tanto bene lo aveva accolto prima ad Agerola e poi a Fuorigrotta. La stampa ed i tifosi vogliono vedere all’opera Haroldo. Se giocherà bene, se dimostrerà di essere più ‘interessante’ di Canè, quest’ultimo tornerà all’Olaria proprio in cambio del centrale difensivo. Resterà, però, in questo caso, per sempre il dubbio sulla sua bravura e sulla sua classe. Il rimpianto. Saranno in molti a pensare che forse Canè, dopo un periodo di ambientamento, avrebbe dimostrato di possedere quelle doti di cui si parlò prima del suo arrivo in Italia, vale a dire la disinvoltura nel tiro a rete, il tiro secco e preciso, la ‘fantasia’ brasileira nel gioco ed un notevole bagaglio tecnico.

Fortunatamente la vita sportiva di Canè cambiò dal suo rientro in campo, sconfitta in casa per 1 a 5 contro l’Inter (partita di debutto in serie A di Juliano) quando Pesaola decise di affidargli la maglia numero ‘dieci’. Da quel momento in poi Faustinho non fu più considerato una punta centrale ma un giocatore che poteva giostrare dalla trequarti in poi, cercare lo scambio col compagno e non puntare direttamente a rete. E fu solo nel campionato successivo che riguadagnò la totale fiducia di tecnici e tifosi mettendo a segno 8 reti in 29 partite. Quando poi il Napoli fu promosso in serie A ed arrivarono Sivori ed Altafini, finalmente gli fu trovata la sua reale dimensione. Canè diventò il ‘sette’ per eccellenza di quel Napoli e quel numero lo porterà sulle spalle fino alla fine della sua carriera in azzurro nel 1974. La fascia destra fu la sua naturale dimensione, il dribbling per poi accentrarsi e puntare a rete o il passaggio/cross per un compagno meglio piazzato diventarono i suoi colpi ad effetto e ciò che gli riusciva meglio.

Torniamo ad Haroldo. La società campana, anche non convinta dalla partita giocata in amichevole, propose 35 milioni di cruzeiro per l’acquisto del longilineo brasiliano ma alla fine non se ne fece niente. Diversamente dalle classiche operazioni di mercato, l’Olaria avrebbe ricevuto il pagamento completo del trasferimento del giocatore solo dopo il periodo di prova specificato nel pre accordo. Evidentemente il calciatore non convinse la dirigenza che non se la sentì di anticipare il pagamento mentre invece gli agenti brasiliani chiesero “prima pagare e poi vedere cammello”. Tra l’altro in quel mese di soggiorno napoletano, ad Haroldo fu concesso solo un appartamento e da mangiare. Vitto ed alloggio. Di soldi neanche a parlarne, e se c’era qualcosa in più da pagare il difensore brasileiro lo faceva di tasca propria, senza lamentarsi. Pare che neanche sulla posizione da utilizzarlo ci fosse molto accordo tra le parti così come a lui non piaceva il gioco che si praticava in Italia, difesa e contropiede. Così i 150.000 cruzeiro di stipendio mensile che gli furono promessi, per tre anni di contratto, andarono a finire nel dimenticatoio. Siamo ormai agli sgoccioli della vicenda. Arriva il colpo di scena. Haroldo torna all’Olaria, si sposa con Dona Zelia, non sembra pentito del disinteresse del Napoli e fa ottime partite nel Torneo di Rio-San Paolo nel 1963. E’ a questo punto che lo cercano il Botafogo e il Flamengo ma alla fine la spunta il Santos che lo acquista per 25 milioni di cruzeiro e il giocatore riceve 110.000 cruzeiro al mese, meno di quanto era scritto nel pre accordo col Napoli. Il contratto, pare, sia stato firmato proprio dopo una delle partite di quel torneo, la sconfitta per 5 a 1 dell’Olaria contro il Santos. Haroldo, nel frattempo soprannominato “Sombra”, diventa un nuovo giocatore del Santos e dichiara ingenuamente : “Ho una grande simpatia per il Botafogo ma giocare nel Santos non è da tutti, faccio parte della migliore squadra del mondo!”.

Col Santos, Haroldo ha vinto molti titoli: la Libertadores nel 1963 (Boca Juniors sconfitto), la Coppa Brasile nel 1963, 1964 e 1965, il campionato paulista nel 1965, il Torneo Rio-Sào Paulo nel 1964 e 1966, il Torneo Hexagonal del Cile nel 1965, il Torneo Caracas nel 1965, il quadrangolare di Buenos Aires nel 1965 e il Torneo di New York nel 1966. Resta, però, epica la vittoria nell’Intercontinentale del 1963 contro il Milan, una finale che si risolse dopo la ‘bella’, sempre al Maracanà. Era il calcio degli scontri all’ultimo ‘sangue’ (è il caso di dirlo!) e della corruzione tra le squadre sudamericane e quelle europee, del doping e dei falli cattivi. Il calcio degli stadi dove avere oggetti e bottigliette addosso era la norma e dove il clima ‘casalingo’ metteva paura agli stessi direttori di gara.

Nella quarta edizione della Coppa Intercontinentale si affrontarono il Milan e il Santos. Haroldo fu titolare nella difesa del Santos in tutte e tre le contestate sfide con i rossoneri. In particolare, si rese artefice, assieme a tutto il reparto difensivo, di alcuni interventi fallosi poco ortodossi non sanzionati dall’arbitro argentino Brozzi e di una asfissiante marcatura su Altafini. All’andata, giocata a San Siro di fronte a oltre 50.000 spettatori paganti il 16 ottobre del 1963, i rossoneri vinsero nonostante i due gol di Pelè. Nella gara di ritorno, un mese dopo, con il Santos privo del suo fuoriclasse ma davanti a 150000 spettatori, il club italiano chiuse il primo tempo in vantaggio di due reti (Altafini e Mora). Nella seconda frazione di gioco l’arbitro Juan Brozzi si rese protagonista di una direzione di gara molto contestata non punendo gli interventi duri e intimidatori dei sudamericani che segnarono quattro reti in 18′ vincendo il match col medesimo risultato con cui avevano perso all’andata (doppietta di Pepe, Almir e Lima). Era il Milan dei fuoriclasse Ghezzi, Maldini, Altafini, Rivera, Trapattoni, Lodetti e Amarildo dove anche David, Mora, Trebbi e Pelagalli facevano la loro bella figura. Ma era anche il Santos di Gilmar, Mengalvio, Dorval, Coutinho, Zito, Pepè, Lima e ovviamente sua maestà Pelè con in più la ‘sorpresa’ Haroldo, Ismael e Mauro Ramos.

Si rese così necessario uno spareggio. Per tale partita era previsto lo stesso direttore di gara e lo stesso campo. Il club rossonero, dopo aver minacciato di non partecipare se non fosse stato cambiato l’arbitro, scese in campo due giorni più tardi, privo di Ghezzi e David, infortunati, nonché di Rivera, affaticato. Dopo circa mezz’ora di gioco l’arbitro assegnò un discutibile rigore al Santos ed espulse Cesare Maldini. Il penalty trasformato da Dalmo Gaspar al ’31 minuto decise l’incontro. Seguirono molte polemiche sull’arbitraggio di Brozzi, il quale fu sospettato di essere stato corrotto dal Santos e perse la qualifica di arbitro internazionale, nonché sul presunto doping del Santos.

Fu questa la vita (calcistica), la morte (prematura) ed i miracoli (giocare con la squadra più forte del mondo) di un ex meccanico dalla faccia unta di grasso. Fu questo Theodoric Haroldo de Oliveira, che passò dal ‘non tesseramento’ col Napoli a vincere l’Intercontinentale col Santos di Pelè, morto a Rio de Janeiro nel giugno del 1990 a soli 52 anni.