Quando l’abbonamento era una bandiera: Ferlaino, il Napoli e la fede stampata su carta
Nella sua rubrica, Davide Morgera racconta una stagione del Napoli in cui l'abbonamento era molto più di un titolo d’ingresso allo stadio. Tra il 1974 e il 1980, sotto la presidenza di Corrado Ferlaino, le tessere azzurre si trasformarono in manifesti identitari, carichi di stemmi monarchici, simboli storici e fiducia popolare. Un viaggio tra carta, grafica e passione, che restituisce l’immagine di un calcio senza sponsor e senza paracadute, sorretto quasi esclusivamente dall’amore dei tifosi del Napoli. Non nostalgia, ma memoria concreta di un’epoca in cui abbonarsi significava schierarsi.

Ferlaino il sudista, il presidente che invitava i tifosi napoletani a tesserarsi mostrando sull’ abbonamento la sua incrollabile fede nelle dinastie che governarono Napoli. Il gioco non durò poco perché per ben sei anni consecutivi sulle tessere dei fedelissimi partenopei apparvero i quattro stemmi delle monarchie che, ‘meridionali’ anche se di casate diverse, guidarono Napoli e il Sud.

Dunque, riavvolgiamo il nastro della storia che calcisticamente parla di un doppio Vinicio, il primo idolatrato dalla folla, il secondo andato via senza lasciare troppi rimpianti. Dai fasti del calcio totale che portò il Napoli al secondo posto dietro la Juventus all’amaro abbandono dell’aprile 1980 dopo le delusioni in campionato, dal 1974-75 al 1979-80 sugli abbonamenti degli azzurri comparvero, in bella mostra, i famosi stemmi dei regnanti. Erano i tempi in cui gli sponsor non esistevano e bisognava basare le proprie forze economiche solo sul supporto degli abbonati. Non a caso il periodo in questione fu quello in cui Ferlaino, in sequenza, portò prima Beppe Savoldi a Napoli, poi strappò a suon di milioni Filippi al Vicenza ed infine, proprio nell’estate del 1979, trattò Paolo Rossi proponendo il prestito per due anni a due miliardi e mezzo al presidente biancorosso Farina. Sappiamo tutti come andò a finire, ‘Pablito’ declinò il trasferimento temendo Napoli e il Napoli, una piazza con fin troppe aspettative. I soldi di Savoldi, Filippi e Rossi (rifiuto decisamente benefico per le casse della società!) dovevano uscire anche dalle tasche degli abbonati, logico. Insomma era l’epoca in cui si alternavano i campioni, veri o presunti, nella lista della spesa di Ferlaino ma anche qualche brocco, vere e proprie incognite calcistiche. Il presidente, furbo e scaltro, invitava i veri appassionati ad abbonarsi perché era conscio che quelle entrate rappresentavano ancora una fonte di sostegno economico notevole per le casse della società. Senza un mecenate alle spalle (diremmo un Moratti o un Agnelli tanto per fare due esempi), senza una finanziaria che avrebbe potuto coprire gli eventuali deficit di bilancio e senza alcun altro tipo di aiuto, Napoli aveva bisogno essenzialmente dei suoi tifosi. Qui si parla di abbonamenti, di soldi sicuri ma non bisogna dimenticare tutti i pienoni del S. Paolo anche in occasioni dove non c’erano partite di cartello. Pienoni che, in quegli anni, significavano anche 90000 spettatori a partita che, numero più numero meno, facevano almeno 20000 paganti considerando una media di 65000 abbonati e 5000 tra tessere omaggio, autorità e…portoghesi (scavalcare i cancelli dello stadio in quel periodo era quasi la norma per chi non aveva il biglietto).

Oggi visionare quei sei abbonamenti ci porta indietro nel tempo, ci fa avere una visone del calcio romantico che fu, di disegni e stemmi che sono ancora impressi nel cuore di ogni tifoso ‘boomer’, ci fa sentire ancora l’odore della carta, quella carta che ormai sta scomparendo dovunque. Belli, son tutti belli ma come si fa a non notare l’elegante ‘N’ del 74-75, lo stadio S. Paolo sull’abbonamento del 75-76, i dipinti, su commissione, di Bertè su quello del 76-77 e del 77-78 (quest’ultimo rappresenta un numero nove che esulta e che rimanda chiaramente a Beppe Savoldi), il primo tentativo di coniugare città e calcio con il Vesuvio e il mare sullo sfondo e, a destra, un prato verde, sull’abbonamento del 78-79 e la stessa tematica, leggermente più da pop art, che viene ripetuta nell’ultimo della serie, quello del 79-80.

Ebbene tutte queste tessere presentano i quattro stemmi delle monarchie che hanno governato a Napoli nel corso dei secoli. Ci sono i Normanni che, con Ruggiero, crearono il primo stato centralizzato al Sud. Fondo blu con banda trasversale giallo e rossa a quadretti. Ci sono gli Angioini con Carlo I d’Angiò incoronato primo re di Napoli. Fondo anche qui blu con gigli d’oro con in capo un rastrello rosso. Ci sono gli Aragonesi con il grande Alfonso. Fondo giallorosso con due aquile nere ai lati. E ci sono, dulcis in fundo, i Borbone delle due Sicilie. Fondo blu bordato di rosso ed i tre gigli d’oro.

Dunque, Ferlaino mantenne per sei anni gli abbonamenti con gli stessi stemmi araldici con questi risultati. Secondo posto (con Vinicio), indubbiamente il campionato più esaltante, quinto posto (con Vinicio), con la conquista della Coppa Italia, sesto posto (con Pesaola), con l’infelice semifinale di Coppa delle Coppe con l’Anderlecht, sesto posto (con Di Marzio), con il ringiovanimento della rosa, sesto posto (prima Di Marzio e poi Vinicio), primo anno senza capitan Juliano, ed undicesimo posto (prima Vinicio poi Sormani) con un attacco anemico (Damiani, Capone e Speggiorin 8 reti in tre!). Portarono fortuna quegli emblemi araldici? Con i tempi odierni quei piazzamenti sarebbero stati considerati dei mezzi fallimenti, parleremmo di qualificazione in Europa League e delusione dei tifosi, ma mezzo secolo fa sembrava tutto oro colato.

Si andava in Europa, in Coppa U.E.F.A. E ci si accontentava.
