L’inno mai trovato: cori, vinili e passioni senza timbro ufficiale

Nella rubrica di Davide Morgera, tra 45 giri dimenticati e melodie che hanno attraversato decenni, riemerge una verità curiosa: il Napoli non ha mai avuto un inno ufficiale davvero riconosciuto. Dai tentativi degli anni Sessanta fino alle suggestioni di “Napoli Napoli” di Nino D'Angelo, passando per il boato eterno di “’O surdato ’nnammurato”, la colonna sonora azzurra è sempre nata dal popolo, non dalle commissioni. Un oggetto smarrito? O forse un’identità che non ha bisogno di firma.

Articolo di Davide Morgera27/02/2026

Pallone e musica, calcio e inni corali. C’è un filo diretto tra squadra e pubblico che vibra sempre, soprattutto nei momenti di buona marea, quando la squadra va in vantaggio, quando vince o va sostenuta nei momenti di difficoltà. A Napoli, si sa, cantano tutti e il tifo calcistico può facilmente incontrarsi con la vocazione al canto del popolo partenopeo. Il Napoli, però, non ha mai avuto un inno ufficiale o almeno duraturo nel tempo. Cori sì, quante ne volete, anche decine in un unico campionato. Le curve in questo sono maestre, si sa. Anomalo il caso della Nazionale, che canta l’inno di Mameli in ogni occasione, ma esso rappresenta l’eccezione che conferma la regola.

Un inno ufficiale del Napoli non esiste, non è mai stato commissionato a nessun musicista. Non bisogna fare confusione tra “inno” e “coro”. Le due cose potrebbero sembrare simili ma non lo sono, non le confondiamo. È una chiarificazione per nulla polemica ma va fatta onde evitare di far passare “Un giorno all’improvviso” come il nuovo ‘inno’ del Napoli. Qui non si discute la bellezza, l’orecchiabilità del ritornello, il coinvolgimento dei calciatori sotto la curva, il popolo azzurro che gode a fine partita ma questo non è l’inno del Napoli. L’originalità tutta partenopea di inventarsi qualcosa di particolare non può essere mutuata da altre tifoserie e da una canzone dei Righeira del 1985, “L’estate sta finendo”. Nello Zanichelli le tre definizioni di “coro” vanno tutte nella stessa direzione, vale a dire che questi è fatto da un gruppo di persone che cantano insieme contemporaneamente, anche senza musica. Ed allora, a ragione, quello che va di moda allo stadio è essenzialmente un coro. Lapalissiano.

Se leggiamo con attenzione le definizioni di “inno”, invece, saltano fuori almeno due caratteristiche, ovvero che questi è una composizione nata apposta per celebrare qualche cosa o persona con l’accompagnamento della musica. Gli altri elementi che emergono sono, tra l’altro, l’onore e la lealtà da tributare agli eroi (in questo caso i giocatori in maglia azzurra), la cerimonia (la partita allo stadio), la patria (il tifo per la squadra della propria città). Nell’inno, che credo maggiormente “identificativo”, c’è una simbiosi tra chi lo canta e gli eroi che va a celebrare. È più personale, riconoscibile, identificabile con quella squadra e quei colori. Cosa che non succede con “Un giorno all’improvviso” che magari ascoltiamo anche in altri stadi d’Italia, anche nelle categorie inferiori.

Nella sua lunga storia, il Napoli è stato più volte gratificato con parole e musica destinati a diventare l’inno della squadra, il sigillo musicale della passione popolare. Composizioni a volte intense, a volte più scanzonate, quasi sempre con firme d’autore. Già dai tempi di Sallustro si cantava per i giocatori in maglia azzurra, per poi passare, negli anni ’50, a una parodia in chiave sportiva della celebre “Simmo ‘e Napule, paisà”. Poi, con un salto temporale, andiamo agli anni ’60, quelli più ricchi di produzioni discografiche che passarono per ‘inno del Napoli’ ma in realtà erano tutte trovate pubblicitarie.

Il Napoli, in effetti, provò a più riprese ad avere un inno facilmente riconoscibile, a partire dagli anni ’60 (con la squadra di Fiore e Pesaola) fino agli ’80 (Ferlaino pensò che “Nà Nà Napoli/Gennarì” di Peppino Di Capri potesse essere quello giusto ma tutto si risolse in una bolla di sapone) ma ancora oggi se ci vogliamo emozionare andiamo a rispolverare “’O surdato ‘nnamurato” poiché ha tutte le caratteristiche dell’inno ma nessun presidente lo ha mai bollato come quello ufficiale del Napoli. E’, infatti, nato già con parole e musica, è autoctono e patriottico (è cantato in napoletano) e dura da 50 anni.

Non sono mai mancati, in ogni caso, gli inni nati per opera di tifosi e artisti che hanno amato la squadra del cuore. Ai tempi di Sivori e Altafini, Canè e Juliano, tantissime canzonette-inno, spesso scenette comiche recitate da Pietro De Vico e Nino Taranto, fecero presa sui tifosi. Erano simpatiche, mettevano allegria, usavano il dialetto per suscitare il riso dell’ascoltatore ed ancora oggi è difficilissimo catalogare quanti 45 giri uscirono all’epoca. Pare che la cifra superasse il centinaio, tutti avevano una strofa, una rima e un canto per gli azzurri, nati dalla fantasia popolare ma ovviamente molti di qualità medio-bassa. L’unico in quell’epoca che ha in copertina la parola inno è “Il grande Napoli”, scritta da Renato Fiore e da un anonimo Pluri. La curiosità è che il lato B del disco riporta le interviste che il mitico giornalista Gino Palumbo fece a Pesaola, Fiore, Juliano, Sivori, Ronzon, Canè e Altafini. Anche “Centomila cuori”, scritto da Fiore e Vian, fu un successo, Gli altoparlanti lo diffondevano prima degli incontri al San Paolo. Era il 1966 e lo stadio era sempre pieno come un uovo.

Come abbiamo visto, non è facile creare l’inno. Ci provarono anche cantanti partenopei con episodi isolati e individuali ma nessuno raggiunse il clamore e il ‘successo’ di quel boato nato spontaneamente all’Olimpico dopo una punizione di Boccolini che portò il Napoli in testa alla classifica.

Gli anni ’70, dunque, non furono da meno con un altro centinaio di produzioni sulle quali spicca l’inno (?) cantato da Nunzio Gallo, in quel periodo uno degli artisti sulla cresta dell’onda. Ed allora nei negozi di musica della città si vendette quel disco come il pane, da Forcella a Piazza Dante, dalla Ferrovia al Vomero, da Fuorigrotta a Mergellina risuonarono le note di Gallo. Per attirare il pubblico, sulla copertina del disco campeggia una foto della squadra schierata al San Paolo per il campionato 1972-3. La “chicca” del disco era che all’interno c’era un piccolo poster con il testo della canzone e la foto della squadra, ovviamente per collezionisti. Non era un grande Napoli, è l’anno prima dell’arrivo di Vinicio ma in quella squadra c’erano già giocatori che poi hanno fatto la fortuna del “Lione”. Infatti Esposito, Vavassori, Juliano, Carmignani, Zurlini e Bruscolotti rappresentavano già l’ossatura degli azzurri, mancavano due buone punte e mezzo centrocampo. L’anno dopo, cedendo Improta, Rimbano, Abbondanza, Damiani e Mariani ed inserendo rispettivamente Orlandini, reintegrando l’esperto Pogliana, Massa, Braglia e Clerici nacque il Napoli all’olandese che fece sognare lo scudetto, la formazione di “Clerici e Braglia, il Napoli è una mitraglia”. Forse c’era poco da cantare per la squadra di Chiappella che si classificò nona ma per i napoletani, anche nei momenti bui, fu difficile frenare i propri sentimenti d’amore espressi in musica e versi. Sentimenti che esplosero poi nel pomeriggio dell’Olimpico, Lazio- Napoli, dicembre 1975. Arrivò spontaneamente “’O surdato ‘nnamurato” che da sempre i tifosi, nei momenti di particolare euforia, amano intonare. Un pezzo struggente, legato alla guerra, alla voglia di vivere, al patriottismo, che fa sempre emozionare e commuovere, espressione del carattere partenopeo (“Oj vita oj vita mia…”), con una vena malinconica ma sempre cantata con sentimento e trasporto allo stadio proprio per dimostrare la passione e l’amore viscerale che ci lega alla maglia azzurra.

Passarono alcuni anni e, piombando direttamente negli ’80, spuntò un canto nuovo, di immediata presa sugli appassionati, anche perchè venato di accenni sociali, valorizzati dalla voce di Nino d’Angelo: “Dint’ a ll’uocchie ‘e sti guagliune / ca se scordano ‘e probleme / e se mettono a cantà: Napoli, Napoli, Napoli! Forza Napoli, Napoli, Napoli…”. Il primo scudetto, un sogno diventato realtà con Diego Armando Maradona. In quell’anno, Nino D’Angelo, icona della città, dà vita a “Napoli Napoli”, colonna sonora del film “Quel ragazzo della Curva B”. Questo brano, un grido d’amore per la squadra e i suoi tifosi, può essere considerato, dopo “’O surdato ‘nnamurato”, quello più gettonato e degno di essere considerato un inno. Entrambi, se me lo permettete, sono da pelle d’oca.