Il rigore, il ruolo e il potere: chi doveva tirarlo davvero?

Pochi hanno discusso l’episodio del rigore di Napoli-Cremonese, ma quel pallone conteso tra Giovane e McTominay racconta molto più di un errore dal dischetto: leadership, gerarchie e gestione del talento. In campo come in azienda, il dilemma è sempre lo stesso: conta di più il ruolo assegnato o il gesto da uomo squadra?

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Articolo di Vincenzo Imperatore25/04/2026

Ci sono episodi che durano trenta secondi e raccontano un’intera organizzazione. Questo è uno di quelli. Napoli-Cremonese, rigore nel finale, partita sostanzialmente chiusa. Giovane prende il pallone, o almeno lo guarda come si guarda una porta che potrebbe aprire una stagione. McTominay, rigorista designato, non glielo lascia. Calcia lui. E sbaglia. Fine della scena. Fine anche del dibattito, perché quasi nessuno ne ha parlato davvero.

Curioso. Se avesse segnato, sarebbe stato “carattere”. Se avesse ceduto il pallone, “altruismo”. Se Giovane avesse insistito di più, “personalità”. Invece silenzio. E il silenzio, nel calcio come nelle aziende, è sempre il segnale che non si vuole toccare un tema scomodo: la gestione del potere interno.

La domanda è semplice solo in apparenza: deve essere il rigorista ufficiale a fare il gesto da uomo squadra, cedendo il tiro a chi non ha ancora segnato, oppure è legittimo che chi è incaricato si tenga il ruolo e lo difenda?

Tradotto in linguaggio aziendale: il responsabile commerciale deve lasciare la firma di un contratto importante a un junior per motivarlo, o deve chiudere lui perché è pagato per farlo?

Il calcio, come ogni organizzazione complessa, vive di gerarchie. Il rigorista ufficiale non è un dettaglio romantico, è una funzione. È una delega formalizzata. È governance. Se la società e l’allenatore hanno stabilito che McTominay è il primo tiratore, quella scelta non è episodica, è sistemica. Rappresenta una linea di comando chiara. E le linee di comando, nelle aziende sane, non si rinegoziano a ogni opportunità emotiva.

Chi difende l’idea del “gesto da uomo squadra” parte da un presupposto nobile: il gruppo prima dell’ego. Ma attenzione alla trappola. Se il ruolo diventa opzionale a seconda del contesto, si crea un precedente. E i precedenti, in organizzazione, sono come crepe nei bilanci: piccoli, ma cumulativi. Oggi è un rigore per il primo gol, domani è una punizione “perché è il suo compleanno”, dopodomani è una gerarchia che evapora.

Dall’altra parte c’è la lettura opposta: Giovane fa bene a chiedere. Ha fame, vuole incidere, vuole entrare nel conto economico emotivo della squadra. In azienda sarebbe il giovane manager che chiede di presentare lui il progetto al cliente, anche se il partner è in sala. È ambizione. È desiderio di visibilità. Non è un peccato. Anzi, è materia prima della crescita.

Il punto non è chi abbia ragione moralmente. Il punto è come si gestisce la tensione tra ruolo e motivazione.

In un’organizzazione matura, la risposta non nasce a dieci metri dal dischetto. Nasce prima. Se McTominay è il rigorista ufficiale, lo è sempre, salvo indicazioni diverse. Se si decide che a risultato acquisito si può premiare chi non ha ancora segnato, quella regola deve essere condivisa ex ante. Le aziende chiamano questo “processo”. Il calcio spesso lo chiama “sensibilità”. Ma la sostanza è la stessa.

McTominay che non cede il rigore non è automaticamente egoista. Sta difendendo una responsabilità assegnata. E quando poi sbaglia, l’errore pesa il doppio perché diventa simbolico: non solo non hai fatto il gesto, ma non hai nemmeno prodotto il risultato. In azienda succede identico. Il manager che non delega e poi fallisce brucia capitale reputazionale.

Ma sarebbe stato giusto che cedesse? Forse sì, se l’obiettivo fosse stato esclusivamente motivazionale. Un gol può sbloccare una carriera, un giovane può sentirsi riconosciuto. È investimento sul capitale umano. È retention. È cultura del team.

Eppure c’è un dettaglio che pochi considerano: il ruolo si legittima nella continuità. Se ogni volta che il contesto è favorevole si ridiscute la gerarchia, il gruppo non sa più a chi guardare nei momenti in cui il risultato conta davvero. La leadership non è un favore, è un incarico.

Il vero tema, quindi, non è se Giovane abbia fatto bene a chiedere o McTominay a rifiutare. Il tema è: la squadra ha una politica chiara? C’è un protocollo? Oppure si naviga a vista, affidandosi alla sensibilità del singolo?

Perché nel primo caso, la scelta è coerente anche se impopolare. Nel secondo, ogni episodio diventa una micro-lotta di potere mascherata da romanticismo.

Le frattaglie del calcio servono a questo: a sezionare ciò che sembra banale. Un rigore nel finale racconta più di mille conferenze stampa. Racconta come si distribuisce l’autorità, come si gestisce l’ambizione, come si equilibra meritocrazia e motivazione.

E racconta anche una cosa semplice che nel mondo aziendale si finge spesso di ignorare: l’uomo squadra non è quello che fa il gesto plateale sotto gli applausi, ma quello che rispetta un sistema condiviso, anche quando l’emotività suggerirebbe altro.

Poi certo, se vuoi fare il leader carismatico e costruire consenso, ogni tanto il pallone lo passi. Ma solo se hai già costruito un’organizzazione che regge anche quando non lo fai.

Il resto è narrativa. E il calcio, come le aziende, non vive di narrativa. Vive di regole, responsabilità e conseguenze. Anche quando il pallone finisce fuori.