Spalletti, Insigne e la fortuna azzurra
Il Napoli che esce dall’Arechi sembra aver ottenuto dalla fortuna almeno un accenno di saluto, una restaurazione di civiltà.

©️ “ELMAS” – FOTO MOSCA
Fortuna e mentalità, non è una scritta recitata da qualche striscione dei tifosi. Fortuna e mentalità sono due delle mancanze che sovente si frappongono tra le “quasi” big e la vittoria. Perché si, è vero che la fortuna non esiste ma il destino ce lo si scrive da soli, così quanto è innegabile che la fortuna aiuta gli audaci, ma l’esperienza insegna che questa materia appartiene al gruppo di studi “non è vero ma ci credo”. Nel calcio, come nella vita, per quanto tu possa essere “ateo” sei consapevole che per ottenere il successo deve anche girarti bene. Ecco, il Napoli non è mai stato storicamente simpatico alla dea bendata.
Questione di feeling, e di status. Se il sole bacia i belli – intesi anche come vincenti da pedigree – la fortuna sembra avere gli stessi gusti. Questo è un rapporto ostile che negli anni ha avuto il suo peso, forse tanto quanto la deficienza di attitudine al trionfo. Bene, a quest’ultima ci ha pensato Spalletti – lo diciamo da tempo – lavorando sulla testa dei suoi come un terapeuta/demiurgo. Adopera l’arte della mimica per permettere ai ragazzi di superare il trauma dell’assenza d’identità. Nei suoi gesti plateali, colorati, al limite del fanatismo – lo ha fatto anche ieri a Salerno – c’è la cura, la ricerca del buono esempio da servire ad un gruppo che ha bisogno di riconoscersi e di emulare un leader per sentirsi capace. Ci sta riuscendo e questo piace alla classifica e, forse, anche a chi ne fa le carte.
Si perché il Napoli che esce dall’Arechi – dopo anni di gelo – sembra aver ottenuto dalla fortuna almeno un accenno di saluto, una restaurazione di civiltà, e questo fa ben sperare per le sorti del campionato, così come per il totale equilibrio degli elementi che ti rendono vincente. La “sorte” penserete non ha mica permesso agli azzurri di ottenere i tre punti, l’hanno semplicemente meritata. Come darvi torto. Non è fortuna il rosso rimediato da Kastanos, non lo è tantomeno l’intuizione di Di Lorenzo di posizionarsi sulla linea pochi secondi prima che il pallone baciato da Ribery la oltrepassasse. Non è fortuna la posizione di Zielinski sulla rete, sugli sviluppi di un’azione da teatro dell’assurdo.
Sono episodi di gioco. Episodi dominati e controllati, portati dalla propria parte, da una squadra matura e consapevole delle diverse fasi di una partita. Una squadra che sa essere bella ma anche brutta e cattiva quando c’è fango.
Questo è il Napoli al quale stiamo assistendo, il Napoli che abbiamo visto uscire vittorioso dall’Arechi: una squadra giusta. Qualcuno ha detto che non sarebbe capace di andare oltre il quarto posto in Premier, quel qualcuno forse ha ragione. Quando l’intensità, il calore, la pressione, sale al massimo, il motore si surriscalda: non durerebbe a lungo. Però non siamo in Inghilterra, e la sfida di ieri è unicum. Vincerla equivale a prendere non tre ma sei punti. Sei punti per il campo, sei punti per chi non c’era in campo, sei punti per quello che è successo (non è successo), poteva succedere fuori.
La notizia – a questo punto non può esserlo solo la decima vittoria nelle prime undici – è che si è vinto senza Osimhen e Insigne. Della indisponibilità del nigeriano sapevamo da sabato. Contrattura si diceva ufficialmente, esclusione punitiva circolava. Del capitano abbiamo saputo a poche ore dall’inizio, e sembrava una conferma alle male lingue del giorno precedente. Conferma avallata dallo stesso Spalletti che – prima di entrare in campo – ha parlato, in merito all’esclusione del 24, di “gestione di situazioni interne”, salvo, poi, rispondere alla stessa domanda a fine match minacciando di tornarsene in campagna se i giornalisti non avessero smesso di cercare del marcio.
E arriviamo alla benedetta fortuna con la quale abbiamo aperto. Non sappiamo cosa è successo tra Osimhen e Insigne, anzi non sappiamo nemmeno se è successo. Il nostro lavoro è quello di riportare informazioni verificate, e le nostre verifiche prima della sfida di Salerno non ci hanno fornito indicazioni precise. Non ne abbiamo parlato, o almeno, non l’abbiamo fatto fino a che non è stato Spalletti stesso a farlo. E non sappiamo se l’abbia fatto in maniera inconsapevole, però si è tradito, ha fatto cortocircuito. Forse semplicemente voleva metterci a conoscenza che è stata settimana di bastone, senza portarla troppo per le lunghe.
Una settimane di bastone che ha significato correre il rischio di giocare un derby – e per quanto derby ostico – senza i due migliori. Anzi lasciando a casa il primo e addirittura in panchina l’altro anche quando bisognava dare una scossa nella sua zona di campo. Zona dalla quale, guarda caso, è andata a deciderla – propiziando il primo tiro verso la porta del match – Elmas, simbolo della lecita prova di forza del tecnico. Simbolo della fortuna, perché se non fosse andata così, credeteci, questa gestione di situazioni interne sarebbe diventata molto complicata.
In Svezia si è soliti dire la fortuna non dona mai, presta soltanto. Lo tengano a mente.
