Zigoni, ribelle in gialloblu

Gianfranco Cesare Battista Zigoni, trevigiano del 1944, genio e sregolatezza del calcio romantico a cavallo tra gli anni ’60 e ’70.

Articolo di Davide Morgera06/11/2021

©️ FOTO ARCHIVIO PERSONALE DAVIDE MORGERA

Gianfranco Zigoni, classe 1944, cavallo di razza del calcio italiano, oltre che una grande ala sinistra, è stato un personaggio straordinario nel mondo buonista e benpensante degli anni ’60 e ’70, uno dei capostipiti di quel piccolo esercito di “anarchici del pallone” che parte da Meroni e prosegue con Vendrame, Sollier, lui e diversi altri fino ad arrivare a Di Canio, Cassano e Balotelli in epoca più recente.

Gianfranco Zigoni, eccentrica bandiera veronese

La sua vita è stata costellata di appassionanti avventure calcistiche e non, di simpatici aneddoti e divertenti storie che hanno avuto come protagonisti principali donne e motori, allenatori e presidenti, alcol e pistole, vita sregolata e abiti sgargianti. Un calciatore libero, “maudit” ed indipendente, ingovernabile ed imprevedibile, una persona estroversa ed originale, a suo modo un romantico del calcio, un trascinatore di folle.

Una bandiera del Verona. “Se non ci fosse stato bisognerebbe averlo inventato”, sembrano pensare i tifosi più anziani dei gialloblu quando lo ricordano. Una frase che sintetizza la simpatia e l’affetto da cui è sempre stato circondato il mitico “Zigo-gol”, in tutte le piazze dove ha giocato, da Torino, sponda Juventus, a Roma, riva giallorossa, da Genova a Verona, da Brescia ad Oderzo dove terminò la carriera a 43 anni.

Con le sue doti tecniche avrebbe potuto raggiungere traguardi immensi, avrebbe potuto fare molto più delle 100 reti da professionista, di uno scudetto con i bianconeri, delle convocazioni in Nazionale, ma per lui il calcio era un divertimento e così doveva essere vissuto. Insomma, football sì ma senza farsi riempire tutta la vita. Aveva altro da fare, il Zigo. Da qui la sua ribellione, i suoi scontri con gli arbitri, il “no” ai pallosi ritiri, il suo essere un po’ Best un po’ Meroni, un po’ Sivori ed un po’ Eusebio. In verità ed in fondo lui era solo Zigoni di cognome, Gianfranco Cesare Battista di nome.

Il suo fu un rapporto d’amore davvero profondo col Verona al punto che quando Simoni, allenatore del Brescia, gli comunicò che avrebbe giocato contro i gialloblu lui disse: “No Gigi, non posso giocare contro il Verona”. Una passione per i colori gialloblu da vero tifoso se pensiamo che una volta disse al figlio (n.d.r., anche lui calciatore negli anni Duemila): “Mi farebbe piacere tu andassi a giocare col Verona un giorno, in uno stadio che non si chiamerà più Bentegodi ma Gianfranco Zigoni“.

Napoli-Verona, ottobre 1976-77

Nei suoi sei anni di Verona, dal 1972 al 1978, Zigoni ha giocato solo una volta al San Paolo contro il Napoli. Era la seconda giornata del campionato 1976-77, il 10 ottobre di 45 anni fa. Il tabellino recita 62000 abbonati e 8500 paganti, esordio del neo acquisto Vinazzani davanti al pubblico amico. Dopo il pallido 0 a 0 d’esordio a Catanzaro la squadra di Pesaola affrontava gli scaligeri vogliosi di fare la partita e vincerla prima di affrontare la trasferta di Coppa delle Coppe a Cipro. E così fu, quel giorno per il Verona non ci fu nulla da fare perché prima Savoldi su rigore, poi La Palma con un beffardo pallonetto e ancora Savoldi, dopo scambio stretto con Massa, maciullarono la squadra di Valcareggi nonostante gli ospiti avessero provato a più riprese a pareggiare la partita sbilanciandosi in avanti e lasciando campo fertile alle puntate degli azzurri.

Il secondo gol di Savoldi e il pallonetto di La Palma

Alla fine della gara, per i carichi dovuti agli allenamenti fatti in vista degli impegni di Coppa, il Napoli contò tre infortunati, tutti in ruoli chiave. Massa (distrazione lombare), Chiarugi (stiramento degli adduttori della coscia destra) e Vinazzani (sublussazione della spalla destra). Migliore in campo per il Napoli, secondo Giuseppe Pacileo, fu proprio Bruscolotti che fermò Zigoni e si beccò un 7 pieno. Si legge, nella pagella della “mascella di Sassano”, “Addetto al controllo di Zigoni. l’uomo più temuto del Verona, gli ha impedito il tiro (salvo in una occasione) e buona parte del giuoco. Ebbene, occorre tenere presenti le doti di palleggio e l’imprevedibilità dell’estroso avanti veronese per valutare appieno l’impresa del terzino azzurro” (da Il Mattino del 11/10/1976).

Ferruccio Valcareggi, sorpreso negli spogliatoi del San Paolo mentre scherza con Pesaola

Lo Zigoni che vedemmo al San Paolo nell’ottobre del 1976 era già diventato un calciatore sul finire della carriera perché ormai i suoi anni d’oro li aveva già spesi quasi tutti. A Bruscolotti bastò fare una gara appena sopra il suo standard per fermarlo e non lasciargli nemmeno un’occasione da rete. Di fronte si trovò un calciatore la cui vita, raccontata poi nella autobiografia “Dio Zigo, pensaci tu”, era stata ed era ancora costellata da episodi che assumono toni leggendari anche a distanza di anni ma che non sono assolutamente favole.

Un calciatore libero

Tra le tante puntate di una immaginaria fiction si racconta che in una trasferta della Juventus nel 1964, Omar Sivori, idolo incontrastato del giocatore in questione, appena sceso dal treno gli sussurrò: “Ragazzo portami la valigia”. Zigoni, che aveva deciso che il tempo della gavetta per lui era finito, si rivolse così al fuoriclasse argentino: “Eh no, caro Omar, adesso tu porta la mia”. Da quel giorno ognuno si portò per sempre la propria valigia. Senza rancore. Fu più volte sbugiardato, in un rapporto di odio-amore, dal suo presidente Garonzi che, quando giocava male, andava in giro a dire “Quello ha troppe donne, lo sfiniscono, è un figlio de puta…”.

E poi i mitici ritiri. Quello di Veronello per lui iniziava sempre un’ora dopo i compagni perché doveva smaltire le baldorie della sera precedente. Se non era stato in dolce compagnia, di notte girovagava e quando rientrava in camera, con la sua “Colt 5” apriva la finestra che dava sul parco e, dopo aver preso la mira, faceva saltare tutte le luci dei lampioni. Non solo donne ma anche motori. Era solito girare in Porsche e frequentava ristoranti, dava del tu al presidente e riusciva ad ottenere l’ingaggio che voleva ogni volta che minacciava di andarsene. Il pubblico lo adorava e lo acclamava con l’urlo “Dio Zigo, salvaci tu!” soprattutto dopo la fatal Verona del Milan in cui fu protagonista con due assist caricandosi la squadra sulle spalle e dando inizio alla Caporetto milanista.

Zigoni in panchina, con pelliccia e cappello 

Ebbe rapporti controversi anche con i tecnici Valcareggi e Cadè che ricorrevano a lui solo quando erano in difficoltà. Mitica la gara di quando entrò in campo con la pelliccia ed il cappello. Successe che aveva litigato con Valcareggi nel pre partita perché l’allenatore non voleva farlo giocare, aveva vinto la partita precedente anche senza di lui. Doveva essere panchina. E panchina fu. Ma, visto che era una giornata molto fredda, decise di scendere in campo con la pelliccia e il cappello. I compagni di squadra lo sfidarono e fecero la scommessa che se fosse entrato sul rettangolo di gioco così gli avrebbero dato 50000 lire.

Entrò in campo conciato così e ci fu un boato, poi lui si girò verso il pubblico e tutti zittirono. Un’altra volta, durante un’amichevole tra Verona e Vicenza, a pochi minuti dalla fine sul risultato di 0 a 0, dribblò quattro avversari e mise la palla all’incrocio dei pali. Dopo il gol se ne andò dritto negli spogliatoi accompagnato dall’ovazione del pubblico con una parte degli spettatori che abbandonarono lo stadio. Ebbe l’ultimo contratto a Verona basato sulle non squalifiche e sulle partite disputate, caso più unico che raro nel mondo del calcio. Insomma gli avrebbero decurtato l’ingaggio se avesse saltato delle gare. Ma a lui, Gianfranco Cesare Battista Zigoni non fregava davvero nulla dei contratti.