Oggi il Napoli non è capace di fare risultati
I risultati non sono oggetti da collezione, non sono cimeli di caccia fatti per vantarsene. Per cucirsi stemmi sul petto vanno messi in fila.

© “OUNAS” – FOTO MOSCA
L’Europa ti pesa l’anima, il campionato, invece, stima mens, corpore e gioco. Se l’esame diagnostico della prima ha avuto un esito positivo, non si può dire lo stesso delle restanti parti, perché post-Empoli sembrano totalmente assopite. E, in effetti, il Napoli pare un animale finito in letargo. Dalla caccia al sonno. Domenica 31 ottobre, dopo il successo nel derby all’Arechi, gli azzurri erano in testa alla classifica a pari merito con il Milan con un +7 sull’Inter. Nelle sei successive partite su 18 punti disponibili ne sono stati conquistati soltanto 5, frutto di tre sconfitte e di un sola misera vittoria – per quanto sia stata spettacolare contro una piccola Lazio.
Quella con i toscani non è una sconfitta da ossa rotte, ma poco ci manca. È una bella botta, di sicuro, all’autostima e al campionato. Una frenata che obbliga, se non a prendere parte a scegliersi una verità che spieghi la mancanza di risultati. Nel gioco delle campane, una suona la melodia dei Calimero, l’altra della morte, parafrasando Totò, perché seria.
La canzone dei piccoli e neri è sempre la stessa fa rima con sfortuna e De Nicola, si può intonare cantando la traversa di Elmas, il palo di Petagna, la rete beffarda di Cutrone, i problemi respiratori di Zielinski nel primo tempo, la botta rimediata da Elmas. Per non sbagliare nel ritornello il coro può invocare Marinelli mosso dalla mano del Nord.
Ma “sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive” e allora l’altra melodia racconta e non interpreta. Ciò che cerchi ti troverà e il Napoli la fortuna non l’ha cercata, perciò non l’ha avuta. Gli azzurri hanno sbagliato partita, sono mancati quasi in tutto. È venuta meno l’organizzazione, e al suo posto è spuntata una strana presunzione, quella di poter affrontare uno dei migliori giochi associativi d’Italia servendosi solo delle individualità. Peccato che sotto il Vesuvio questa soluzione non ha mai funzionato, non ha mai portato risultati: chiedere ad Ancelotti. Questo gruppo non è fatto per tante responsabilità da spartire per i singoli, può sopportarne una in comune.
Alla fine c’è stato impegno ma anonimato. Tanta confusione. Nessuna azione nata per trama, per gioco, per spirito, d’insieme. Nel primo tempo l’Empoli è stato subito, respinto con qualche ruggito, la traversa di Elmas per l’appunto, qualche mischia in area. Insigne sembrava potersi assumere la direzione creativa ma non ne aveva, il motivo per cui era in panca resta palese. Spalletti ha provato ad incidere con i cambi al 62esimo. Fuori un Mertens irriconoscibile, perso tra le maglie di Luperto e Ismajli, mai punto di riferimento al centro. Con lui Lozano e Demme, dentro Politano, Petagna – che prenderà un palo – e Anguissa. È rimasto dentro Ounas, l’unico che ha rappresentato qualcosa di simile ad uno spauracchio per gli avversari, un po’ come il tacco-gol velleitario di Juan Jesus perché in fuorigioco. Poi, è arrivato il colpo alla nuca e di nuca di Cutrone su calcio d’angolo, ha segnato chi aveva un’idea di cosa stesse facendo. Per recuperare ad esempio il Napoli un’idea non l’ha avuta e infatti non ci è riuscito. Solo corse, solo affanni, solo colpi a salve hanno accompagnato al triplice fischio.
Nel mezzo l’amara verità, ieri in campo il Napoli non c’era, non c’è mai stato. Nonostante tutto poteva vincerla ai punti, ma il calcio non è la boxe. È stato sfortunato, ha perso qualche uomo, veniva dalle fatiche di Coppa ma questi sono denominatori comuni a tutte le sorelle lì in alto. Gasperini prima, Allegri, ancora Pioli hanno avuto e avranno le stesse problematiche. Ciò che resta è la seconda sconfitta in casa, in un campionato in cui nessuno ti chiede di essere la migliore o la più bella, ma solo che risultati fai. Contano solo quelli e oggi il Napoli non è capace di farli. Chi dorme non piglia pesci e sembra passato un secolo – è l’effetto del letargo – da quando si tornava dal mare di Salerno con reti piene di pescato, di risultati.
P.S. Per gli amanti degli amarcord, esattamente 34 anni fa – 13 dicembre 1987 – il Napoli superava la Juventus in casa per 2 a 1, con gol di Renica e Romano, Serena per i bianconeri. Fu una vittoria quella che restituì a piazza e giocatori la consapevolezza di poter rivincere lo scudetto. E, in effetti, quella squadra per lunghi tratti della stagione dominò il campionato. Fu campione d’inverno. A febbraio manteneva cinque lunghezze sul Milan di Sacchi. Il contesto permette un parallelismo: l’entusiasmo non ti fa campione, non sei campione ad ottobre e nemmeno in inverno. Sappiamo quell’anno come andò a finire.

Sappiamo che il 1º maggio 1988 i rossoneri vinsero 3 a 2 al San Paolo, e indirizzarono il titolo verso la Madonnina. Domenica gli avversari avranno proprio quelle strisce e proprio quei colori, sarà un partita diversa, dal significato diverso. Ma i risultati non sono oggetti da collezione, non sono cimeli di caccia appesi per vantarsene. Per cucirsi stemmi sul petto vanno messi in fila.
