Paolo Cimpiel, portiere vagabondo: a Toronto il calcio ha già parlato italiano
A Toronto il calcio ha già parlato italiano. E non si tratta di Sebastian Giovinco. I ricordi canadesi sono quelli di Paolo Cimpiel.

Uno può provarla a schivarla fin che vuole, l’attualità, ma è inevitabile – e talvolta piacevole, diciamolo – che ti venga addosso. Certo, se uno è però praticante assiduo dell’inattualità, ci mette poco a scansarsi. Prendete Bill Manning, il presidente della squadra di calcio di Toronto, quello che si è detto entusiasta per il trasferimento nella sua squadra di Lorenzo Insigne. Ha detto: “Uno dei nostri maggiori punti di riferimento è la nostra città. Abbiamo una popolazione italiana molto numerosa qui. Penso che i suoi rappresentanti abbiano certamente sentito quell’amore e quella cultura quando hanno deciso di venire qui a Toronto; sono certo che è stata la stessa cosa per Lorenzo. Era il momento giusto anche per il nostro club”.
Beh, caro signor Manning, sa cosa si poteva leggere su un settimanale sportivo italiano, il primo di luglio del 1976? Questo: “Paolo Cimpiel, ex portiere di Bologna, Brescia, Cesena, Catanzaro, Taranto e Pescara ed attuale numero uno della Metros Toronto, squadra partecipante al campionato della North American Soccer League, è stato giudicato il miglior portiere in assoluto delle Lega dopo i primi due mesi di campionato. Il biondo “golie” italiano sta impressionando tutti per l’elevato rendimento e per l’ottima forma che lo sorregge e che fino ad ora gli ha permesso di subire soltanto cinque reti in otto partite. A Toronto, nella squadra prepotentemente balzata al comando della classifica, Cimpiel è diventato il beniamino numero uno del pubblico che sta già dimenticando il grande Eusebio, suo compagno di squadra, a suo favore”.

Sissignori. A Toronto il calcio ha già parlato italiano. E non si tratta di Sebastian Giovinco, che quella sarebbe ancora attualità. Ed invece i ricordi canadesi sono quelli di Paolo Cimpiel, portiere vagabondo, classe certa, 474 partite in carriera: “Quando sono arrivato io era una città bellissima e oggi sarà ancora più bella. Vicino ci sono le Cascate del Niagara, certo, faceva un freddo… Ricordo che quando mi fu proposto l’ingaggio dissi a mia moglie: andiamo da qualche parte per fare soldi, o vogliamo provare quest’esperienza a Toronto? Mia moglie disse: andiamo a Toronto.
Era un periodo in cui le squadre italiane, approfittando della pausa estiva, mandavano i propri calciatori a giocare in America. Lì il calcio era un’altra cosa, tutto votato all’attacco e poca difesa. C’era molto spettacolo, i rigori si tiravano da fuori area e anche il fuorigioco aveva delle regole particolari. La franchigia, composta da una dirigenza croata (il nome completo della squadra era Toronto Metros Croatia, ndr.), si rivolgeva soprattutto a quella fascia di popolazione immigrata, ma riusciva a raccogliere anche il consenso di tanti altri abitanti, compresi quelli di origine italiana. Lì sentivi parlare italiano come parlare inglese, con il grande asso portoghese Eusebio condividevo la stessa stanza, lui era un gran bel personaggio, sempre circondato da donne, io me ne stavo nel mio angolino ma andavamo molto d’accordo. Veniva da un infortunio, ma era sempre spettacolare, tirava certe punizioni“.
In quel campionato il portiere nato dalle parti di Pordenone nel 1940 fu premiato dalla Nasl con la Honorable Mention della All-Stars 1976. Una stagione trionfante chiusa al secondo posto nella Northern Division dietro ai Chicago Stings, che valse l’accesso ai playoff che assegnarono la vittoria del campionato alla compagine di Toronto. Ancora i ricordi di Cimpiel, quanto mai inattuali: “All’epoca non c’erano i procuratori. Dovetti restare fermo dopo quell’esperienza, perché non rimandarono il transfert in Italia dove volevo tornare. Dovetti aspettare mesi e mesi, perdendo tempo e denaro. Il mio era un altro calcio. Ai miei tempi si giocava per passione, non solo per soldi. Si teneva alla maglietta che indossavi, vivevamo in un altro contesto. Oggi è un’esagerazione in tutto. Nemmeno mezza partita e subito titoloni sui giornali e procuratori che vanno a reclamare soldi. Il mio calcio era un’altra cosa”.
A proposito, c’è anche una sua foto con Pelè. “Lui era ai Cosmos, con Chinaglia. Avevano un portiere così così, voleva che andassi da loro. Ma tornai in Italia. Certo, giocassi oggi, sarei milionario. Lo ripeto spesso che con una stagione mi sistemerei per la vita”. A noi inattuali la vita di Paolo Cimpiel pare splendidamente riuscita, per altro.

