Pantani e il Gran Premio dell’immortalità

Oggi Marco Pantani avrebbe compiuto 52 anni se la sorte non gli avesse riservato una fine nel dramma. Un campione senza epoca, uno sportivo amato tutti, l'ultimo eroe romantico.

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Articolo di Francesco Gorlero13/01/2022

Sono trascorsi ventitre anni, ormai quasi ventiquattro, e ancora sembra di poter udire nel vento la voce di Adriano De Zan esclamare in telecronaca: “Eccolo, lo scatto di Pantani. Si alza sui pedali, si volta. Ulrich perde terreno. Il pirata si è tolto occhiali e bandana. L’attacco è inarrestabile, il campione non ha bisogno di voltarsi”. Era l’undicesima tappa del Tour de France 1998, da Luchon a Plateau de Beille. Il tedesco Ian Ulrich, maglia gialla in carica, stava per subire uno degli assalti più memorabili della storia del ciclismo da parte dello scalatore italiano, al quale avrebbe ceduto, al termine di quella tappa, i colori del leader della manifestazione.

L’elettricità era palpabile, da casa così come a bordo strada. Le scritte di incitamento “Vai Pantani”, “Forza pirata” dipinte con la vernice bianca sull’asfalto francese pompavano adrenalina nel piccolo fisico del ciclista della Mercatone Uno in sella alla sua Bianchi gialla-verde acqua. Le pedalate costanti e potenti. Il volto trasfigurato dalla determinazione e dalla fatica. Quel giorno, dall’alto, Fausto Coppi incoronò il suo erede naturale. Nel mito, come nella tragedia. Marco Pantani oggi avrebbe compiuto 52 anni, conquistato, probabilmente, un paio di Tour e Giri d’Italia in più, e ricoprirebbe il ruolo di ambasciatore all’estero della grandezza del Bel Paese sulle due ruote, insieme a Valentino Rossi.

La vita ha però molti modi di consegnare alla storia uomini e donne di immenso valore. A Marco è toccata in sorte una parabola alla James Dean. La consapevolezza di essere un predestinato, il dolore della caduta e la volontà di riergersi in alto. La grandezza di centrare un’impresa che in Italia mancava proprio dall’ultima doppietta Giro-Tour di Coppi nel 1952, e poi l’anno successivo venir avvelenato nell’anima in quella maledetta tappa di Madonna di Campiglio. Da quel momento il Pantani ciclista assurse a icona del dramma.

Oggi sappiamo bene come andò la vicenda, quali erano gli interessi in ballo e chi ne avrebbe tratto guadagni insanguinati. Non è tuttavia della tragedia che vogliamo parlare quest’oggi. Non lo merita l’uomo, non deve essere ricordato per questo il campione. Oggi celebriamo il canto del cigno dell’ultimo eroe sportivo romantico, checché se ne dica. Potrebbero sollevarsi obbiezioni, ma queste verrebbero immediatamente ricacciate nel gruppone delle opinioni di vario genere. Pantani, alto sui pedali, grondante di sudore e lacrime, staccherebbe, ancora una volta, detrattori e invidiosi della sua corona d’alloro tra i miti dello sport del ’900.

D’accordo, forse potremmo aver esagerato un po’, cionondimeno sarebbe svilente verso il ciclismo, e lo sport tutto, non accostare il romanticismo della sua figura ad altri giganti come Jesse Owens o Muhammad Ali. La gloria non vive solo nei trofei innalzati al cielo. La “vera gloria” travalica i confini labili delle discipline e rende partecipi, noi tutti, di poter respirare quell’aria rarefatta che si può apprezzare a pieni polmoni sull’Alpe d’Huez o sul Galibier.

La figura del pirata, con tanto di bandana, orecchini e pizzetto, ha reso ancora più iconografico un personaggio destinato alla grandezza dalla sua frequenza cardiaca e di pedalata. Le dichiarazioni spavalde ai microfoni dei giornalisti. L’essere capitano della sua squadra così come un comandante lo è sul ponte di una nave. La fiducia riposta in lui dai compagni, disposti a tirare fino allo stremo e darsi il cambio per poi lanciare il proprio leader. E poi, vedere quest’ultimo, ferito mortalmente nello spirito e nel fisico, tornare a pedalare e mettersi a disposizione di Garzelli, come un qualunque gregario, non può non darci un’idea di chi fosse Pantani.

Sentirlo amico ed eroe inarrivabile. Cittadino onorario di ogni comune italiano, e probabilmente di molti altri in Francia. L’ultimo tedoforo di quella fiaccola indomabile in grado di spingere la mente oltre le possibilità del corpo. L’aria schiva ma fiera, tipica degli uomini di altri tempi. Aggressore della montagna senza pari. Vederlo solo, in fuga da tutti, anche dagli angeli, e raggiungere, tra gli scroscianti applausi degli spettatori passati nel tempo, il Gran Premio dell’Immortalità.

Marco Pantani rappresenta tutto questo e molto di più. Lui è il pirata dei nostri cuori, oggi, come lo era quasi trent’anni fa, e come siamo sicuri lo sarà nei prossimi trenta. Fausto Coppi può essere orgoglioso di sorridere e brindare col suo figliastro mentre, insieme, proseguono la corsa verso quel traguardo irraggiungibile: l’infinito mistero.