Quando tutto cessa di esistere
La volontà del pallone non si compie nel goal o nel dribbling, bensì nell’innalzamento della mente ad uno stato di tranquillità.

Tempo fa mi sono capitate davanti alcune parole del noto attore Ninetto Davoli. Quest’ultimo, intervistato, consegnava al lettore un affresco autentico di un altro personaggio noto, un gigante della cultura ed un grande amante del calcio: Pier Paolo Pasolini.
“Dopo le partite, si ammusoniva di nuovo. Era come se all’improvviso cadesse un velo sul tutto. Finiva l’esaltazione, il momento magico che lo faceva ritornare come un ragazzino a sorridere e ridere. Grondanti di sudore e sporchi di terra e fango, ci infilavamo sotto le docce e lui ritornava ad essere solo, immediatamente si ritrovava ad annegare nei pensieri e nei problemi che non raccontava mai a nessuno.”
Ecco, proprio da queste parole viene fuori, oltre che la straordinaria umanità di quello che con tutta probabilità è stato il più grande poeta del ‘900, anche il vero significato del gioco del calcio, la sua vera natura, il suo vero aspetto magico che lo distingue da qualsiasi altro “svago”.
E questo, al netto di ogni ricordo Pasoliniano, lo si può notare personalmente ogni qualvolta si raggiunga un campo di pallone, per un allenamento, una partitella tra amici oppure una domenica di fuoco.
Nell’esatto momento in cui si compie il nodo agli scarpini e si scende sul terreno di gioco, che sia questo un manto artificiale o un campetto fangoso, tutto si ferma. La vita rimane incredibilmente fuori.
I problemi cessano di essere tali, o quantomeno lo fanno per quei novanta o meno minuti in cui l’anima torna ad un posto speciale, quello dell’infanzia, l’unico periodo dove i grattacapi non esistono e qualora ci fossero scivolano sempre lontani.
E allora è in questo che si compie la volontà del pallone. Non nel goal, nel dribbling o nella chiusura perfetta, no. Quanto più nel sollevamento dell’anima, nell’innalzamento della mente ad uno stato supremo di tranquillità, di piacevole ozio dalla serietà del lavoro, della vita, di qualsiasi altra cosa.
La mente rotola verso mete che nel concreto, al di fuori del campo, non sono niente ma che in quello spazio, in quella manciata di tempo che precede l’inizio di una partita dalla fine, sembrano essere per davvero l’unico obiettivo da raggiungere, se non per una vita migliore quantomeno per vivere un buon lunedì.
