Il corridore che non voleva somigliare a nessuno

C’era qualcosa di stonato, e per questo irresistibile, in Roberto Visentini. Nel gruppo del Giro d’Italia anni Ottanta, popolato da uomini scavati dalla fatica e dalla disciplina, lui sembrava arrivare da un’altra storia. Non solo per come correva, ma per come stava al mondo. Aveva il fisico asciutto del campione e il passo regolare dello […]

Articolo di Mario Bocchio19/04/2026

C’era qualcosa di stonato, e per questo irresistibile, in Roberto Visentini. Nel gruppo del Giro d’Italia anni Ottanta, popolato da uomini scavati dalla fatica e dalla disciplina, lui sembrava arrivare da un’altra storia. Non solo per come correva, ma per come stava al mondo.

Aveva il fisico asciutto del campione e il passo regolare dello scalatore di razza, ma poi c’erano i dettagli: i capelli lunghi, sempre in ordine, il portamento elegante, lo sguardo quasi distaccato. Più che un corridore, ricordava il protagonista di quei fotoromanzi che riempivano le edicole italiane, con amori tormentati e giacche perfette. In un ambiente che idolatrava la fatica sporca, lui incarnava un’estetica quasi sospetta. E soprattutto, faceva cose che gli altri non si permettevano.

A inizio stagione, mentre molti accumulavano chilometri e disciplina, Visentini era capace di sparire. Letteralmente. Finiva una corsa e il giorno dopo non si trovava più: nessun ritiro, nessuna tabella da seguire. Era già in montagna, sugli sci, con gli amici. Cambiava paesaggio come si cambia maglia, passando dall’asfalto alle piste innevate con una naturalezza che lasciava perplessi tecnici e compagni. Per qualcuno era leggerezza. Per altri, un’eresia.

Eppure, quando tornava in gruppo, vinceva. La sua carriera è sempre stata un equilibrio precario tra disciplina e libertà. Aveva talento puro, quello che non si insegna, e una professionalità rigorosa quando decideva di applicarsi davvero. Ma rifiutava l’idea di appartenere completamente a quel mondo. Non ne accettava i codici non scritti, le gerarchie soffocanti, l’obbligo di uniformarsi. Anche per questo veniva raccontato male.

Lo dipingevano come il “figlio di papà”, distante dalla fame degli altri, uno che amava le belle auto, lo sci, la vita comoda. Una narrazione facile, quasi comoda, che strideva con la realtà di una famiglia costruita su un mestiere antico e severo: quello delle onoranze funebri.

Molto prima delle vittorie, infatti, il suo destino era già tracciato altrove. Negli anni Trenta il nonno aveva trasformato il lavoro di falegname in qualcosa di più duro e necessario: costruire bare, occuparsi dei morti, raggiungere i paesi isolati del Garda bresciano con un carretto e un cavallo. Un mestiere fatto di precisione e rispetto, tramandato di generazione in generazione.

Visentini lo sapeva da sempre: la bicicletta sarebbe stata una parentesi. Eppure quella parentesi lo portò in cima. Nel 1986 dominò il Giro d’Italia con una superiorità limpida, battendo rivali come Giuseppe Saronni e Francesco Moser, mentre il ciclismo mondiale si inchinava al talento feroce di Bernard Hinault. Fu il suo capolavoro, costruito senza clamore, con una forza tranquilla.

Ma già allora restava un corpo estraneo. Non era il contadino che si allenava nei campi né il gregario che accettava ogni ordine. Era un individualista, dentro e fuori dalla corsa. Uno che poteva allenarsi per ore in solitudine e poi, il giorno dopo, scegliere la neve invece della bici. Uno che non chiedeva permesso.

Quella diversità lo rese vulnerabile nel momento decisivo. Nel 1987, mentre guidava ancora il Giro, arrivò la frattura. Il compagno di squadra Stephen Roche attaccò in una tappa dolomitica, rompendo ogni equilibrio interno. Non fu solo un’azione di corsa: fu una crepa che si allargò improvvisamente, lasciando Visentini isolato, senza squadra, senza protezione. Perse minuti, la maglia rosa e qualcosa di più profondo.

Quell’episodio di Sappada segnò il punto di non ritorno. Non tanto per la sconfitta, quanto per la conferma di ciò che aveva sempre intuito: il ciclismo non era un mondo in cui poteva riconoscersi fino in fondo. Troppe ambiguità, troppe decisioni prese lontano dalla strada. E lui, che già si sentiva diverso, smise di cercare un posto.

Gli ultimi anni furono una lenta uscita, senza drammi apparenti ma con una distanza crescente. Finché, nell’autunno del 1990, fece quello che solo pochi campioni sanno fare: sparì davvero. Restituì la bicicletta e chiuse con quel mondo in un solo gesto, netto. Il giorno dopo era già altrove.

Nell’azienda di famiglia, tra i vivi e i morti. Un passaggio che per altri sarebbe stato traumatico, per lui fu naturale. Come le fughe sulla neve, come i ritorni improvvisi alle corse. Da sempre sapeva che quella sarebbe stata la sua strada. E la percorse con la stessa discrezione con cui pedalava in salita.

Oggi il ciclismo è lontano, quasi cancellato. Restano poche tracce, una coppa in salotto, qualche ricordo. Ma soprattutto resta quella coerenza ostinata che lo ha sempre definito. Visentini non è mai stato davvero un corridore come gli altri. Era quello che vinceva e poi spariva. Quello che sembrava uscito da un fotoromanzo ma sapeva reggere la fatica vera. Quello che non ha mai voluto appartenere fino in fondo, nemmeno quando era il più forte.

Forse è per questo che, a distanza di anni, la sua figura continua a sfuggire alle definizioni. Come una discesa improvvisa verso la neve, dopo aver lasciato il gruppo alle spalle.

Il gigante bianco e i suoi fantasmi

Nella sua rubrica, Mario Bocchio sale sul Mont Ventoux per raccontare una montagna che non...

Roubaix restituisce il dubbio: la sconfitta di Tadej Pogačar e il giorno di Wout Van Aert

Mario Bocchio racconta una Parigi-Roubaix che rompe le gerarchie: la caduta, fisica e simbolica, di...

Jean-Pierre Monseré

Jean-Pierre Monseré: la meteora belga che svanì troppo presto

Un talento luminoso, un destino spezzato: la storia del giovane campione che avrebbe sfidato Merckx

Coppi

Serse Coppi, il giorno rubato al destino

Roubaix 1949: tra leggenda, polemiche e fratellanza, il minore dei Coppi smise per un attimo...