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Trash talking, il potere delle parole nello sport

trash talking Alì

Siddharta Gautama, conosciuto dai più con il nome di Buddha, sosteneva che le parole “hanno il potere di distruggere e di creare”. Costante nella vita, così nello sport. Le giuste parole, pronunciate nel momento adatto, sono in grado di smuovere ardori, estrapolare energie celate, visualizzare l’obbiettivo e conseguirlo. È enorme il numero di occasioni in cui un discorso pronunciato in uno spogliatoio, una parola detta all’angolo di un ring, sia risultato fondamentale per la creazione del successo in sé. Tuttavia, come anticipato nella citazione di Siddharta in apertura, le parole hanno anche l’enorme potere di distruggere.

Nello sport la pratica di demolire l’avversario psicologicamente per poterne ottenere un vantaggio viene definita tecnicamente trash talking, letteralmente “parlare spazzatura”. Non è un caso certamente che le origini di questo metodo di destabilizzazione siano da rintracciarsi tra la metà degli anni ’60 e l’inizio dei ’70 negli sport di combattimento. Il primo, il più vistoso e, senza ombra di dubbio, il più grande tra i padri del trash talking, fu lui: Muhammad Alì. Sono storici i siparietti con i giornalisti in cui ostentava tanta arroganza e sicurezza nei propri mezzi, sempre con lo scopo calcolato di intimidire l’avversario di turno. Quando, infine, giungeva il momento della conferenza stampa pre-incontro, davanti ai microfoni di tutto il mondo, la spavalderia di Alì toccava vette mai più raggiunte dopo di lui.

Frasi del tipo “sono il più grande. Non solo li metto K.O, ma scelgo anche il round”, “Joe Frazier è così brutto che dovrebbe donare la sua faccia al WWF”, “Ho visto George Foreman tirare di boxe con l’ombra, e ha vinto l’ombra”, rimarranno per sempre nella cultura popolare di massa, non solamente sportiva. La cosa interessante, però, è che Muhammad otteneva sempre, o quasi, lo scopo prefissosi con lo sfoggio di tutta quell’arroganza in pubblico. Celebre il motto coniato dagli appassionati per Alì quando ancora si faceva chiamare con il nome di battesimo: “Cassius Clay vince ancor prima di salire sul ring”. Dopo di lui lo sport, in un senso o nell’altro, non fu più lo stesso. Una nuova componente si era aggiunta all’equazione: la destabilizzazione mentale dell’avversario, ovvero il trash talking.

È chiaro che se qualcuno parla, qualcun altro ascolta. Anzi, per meglio dire sente. Infatti, è requisito necessario per eseguire la delicata tecnica correttamente un’elevata intelligenza emotiva. Ovviamente in 99 casi su 100 non si conosce il destinatario delle parole taglienti, e può capitare di ferire qualcuno nel profondo, ottenendo un risultato differente da quello desiderato con un duplice contraccolpo. In primis al bersaglio, in secundis al destabilizzatore, il quale verrà minato nella propria coscienza, con il rischio di compromettere la propria prestazione.

Esattamente ciò che è accaduto a Majer con il povero Riccardo Meggiorini neanche una settimana fa. Durante un momento caldo della partita tra Lecce e Vicenza, al minuto 88, dopo una situazione molto concitata il giocatore giallorosso ha insultato la madre (scomparsa) di Meggiorini, il quale, addolorato e imbarazzato, ha cercato di nascondere gli occhi colmi di lacrime. Il momento è stato toccante. Il capitano del Lecce Lucioni lo ha abbracciato sentitamente. Le immagini hanno fatto il giro del mondo. Si sottolinea e si ribadisce ovunque che i professionisti sono innanzitutto uomini, dotati di una propria sensibilità, niente affatto immuni alle parole. Majer, terminata la partita, ha immediatamente chiesto scusa a Meggiorini nel tunnel che conduce agli spogliatoi. Ecco cosa accade quando non si sa come fare trash talking.

Il bersaglio deve sicuramente essere l’avversario, ma solo ed esclusivamente lui o le sue capacità. Nel basket NBA è ormai una pratica consueta. È del tutto normale parlare al tuo diretto marcatore durante la partita o nei momenti di pausa. Appare ovvio se consideriamo il percorso che ha portato questa tecnica a diventare uno strumento “ufficioso” di un atleta. Muhammad Alì ha rappresentato un simbolo sotto molti aspetti per la comunità afroamericana. La rivendicazione della propria dignità di uomo di colore con il cambio del nome di battesimo, il rifiuto della chiamata alla leva e la conseguente perdita del titolo di campione del mondo dei pesi massimi, sono gesti che hanno stimolato nei ragazzi dei ghetti, nei playground, una sorta di imitazione idolatrante.

Questa “moda”, con il passare del tempo, prese sempre più piede, finché non divenne assolutamente naturale “insultarsi amichevolmente” durante il gioco. Certo, a volte la situazione deraglia anche tra i più avvezzi, ma fa parte del gioco ormai. Per capire esattamente cosa sia il trash talking e in quale misura adottarlo, si consiglia caldamente la visione del film “White man can’t jump”, tradotto in italiano con il titolo “Chi non salta bianco è”, con Wesley Snipes e Woody Harrelson.

In conclusione, se si ha intenzione di iniziare una battaglia verbale con un avversario, è necessario assicurarsi di aver compreso bene le regole di base del trash talking. Primo: il bersaglio deve essere sempre e solo la tua controparte, a meno che non si percepisca una sorta di elasticità in quest’ultimo che consenta di fare battute altrimenti fuori luogo. Materazzi sa bene di cosa parliamo, così come Zizou. Secondo: terminata la partita, match o incontro, tutto deve finire lì. Non devono permanere rancori postumi al trash talking, quindi, è importante capire con chi applicare questo metodo. Terzo: occhio a non svegliare il cane che dorme. Ingaggiare uno scontro psicologico con campioni affermati (anche mentalmente) per necessità di dimostrare di essere della stessa categoria può condurre a risultati nefasti. Attenzione, dunque, al come si fa uso delle parole, poiché queste “hanno il potere di creare e di distruggere”.

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