Garcia, Meret, gli arbitri, per quanto De Laurentiis sarà immune dal popolo?

Per trovare il colpevole di questo disastro basterebbe guardare lì, dove brillano quei capelli argento. Lì dove guardò Higuaín, per dire non è stata colpa mia. Lì, in tribuna, dove siede l'uomo immune: quello vittima della sindrome di Re Mida.

Napoli, De LaurentiisFoto Mosca
Articolo di carloiacono04/12/2023

© “DE LAURENTIIS” – FOTO MOSCA

Se volessimo trovare un’immagine cinematografica per rappresentare quanto accaduto ieri al Maradona,
potremmo immaginare l’Inter, la beneamata, che scuce, anzi strappa lo scudetto dal petto al Napoli, per poi gettarlo a terra, lasciandolo a disposizione del vento che lo porterà via. Napoli-Inter, è finita 0 a 3, ed ha significato la prima sentenza della stagione azzurra: il Napoli campione d’Italia della passata stagione non c’è più e non ci sarà alcuno spazio per la tanta attesa replica, discorso finito, capitolo chiuso a dicembre. Finale amaro ma ineluttabile.

Dopo la prestazione di spirito messa in campo a Bergamo, la resa comprensibile a Madrid, è arrivata la Caporetto. Perché senza giri di parole, la sconfitta contro i nerazurri ha il sapore della disfatta. Gli azzurri oggi sono al quato posto in coabitazione con la Roma di Mourinho e a ben 11 lunghezze dal primo posto in classifica alla quattordicesima di campionato, non hanno mai vinto contro una big, che si possa definire storicamente tale, l’unica è stata l’Atalanta.
Hanno perso quattro delle prime sette partite casalinghe. Ma soprattuto restituito l’impressione di essere sull’orlo del baratro altro che fiamma riaccesa. Non si vive di solo spirito, un allenatore non fa primavera, e il portiere non può certo parare la caduta fragorosa dell’edificio di sua guardiania.

Eppure, c’è ancora da puntare il dito sull’arbitraggio (sicuramente distratto e leggero a favore degli ospiti), o, addirittura sulla maledizione di Insigne (presente ieri allo stadio). Da ricercare il colpevole, la tessera mancante che risolverebbe il puzzle e ci farebbe riavere gli invicibili della scorsa stagione. Basterebbe guardare lì, dove brillano quei capelli argento. Lì dove guardo Higuain, per dire non è stata colpa mia. In tribuna, dove siede l’uomo immune.
Il Clark Kent dei presidenti, da “il più odiato”, al “il più amato” in 365 giorni, altro che cinema. Sembra molto di più una manipolazione fatta di scudetto e rapporti, parole e mosse studiate. Quello che sta accadendo nasce lì, tribuna, ai piani alti anzi altissimi, dietro la porta con la targhetta DE LAURENTIIS.

Che nessuno abbia il coraggio di gridarlo, nè tra i tifosi, nè tra i media ha un che di assurdo, di strano, inspiegabile. Dell’agnello sacrificale Garcia abbiamo già ampiamente detto. Ci chiedevamo fino a che punto l’arrivo di Mazzarri, salutato come il messia sarebbe riuscito a tenere la piazza lontana dalla verità? Il tempo limite sarebbe già scaduto, a nostro parere, ieri sera. Si perchè l’effetto Walter, accolto come Rinus Michels, nonostante un passato recente da dimenticare -vedi esperienze al Torino e al Cagliari- non poteva funzionare a lungo da armadio nascondi scheletri. Il Napoli mortificato da quell’ incompetente di Garcia, che non riusciva nemmeno a mettere undici giocatori in campo facendogli fare semplicemente ciò che sapevano fare, è ancora tale. Mortificato, allora, di certo, non per demeriti della guida tecnica, o almeno non solo.

De Laurentiis ha rotto il giocattolino che egli stesso aveva costruito, purtroppo per deliri di onnipotenza, o meglio, per sindrome di Re Mida, come l’avevamo definita. E gli azzurri oggi sono una squadra in evidente crisi tecnica, tattica, atletica e d’identità. Della partita, di ieri, c’è poco da dire. Il Napoli ha fatto il suo meglio, che oggi è davvero poco. Ha fatto la barba alla traversa, ma anche ad un Inter che l’affrontava sornione, abbastanza intelligente e matura per capire di essere al cospetto di avversari innocui. Un pò come quanto un chihuahua abbaia ad un rootweiler,
il secondo resta a guardare fino a quando non si stufa, in quel momento potrebbe anche mangiarselo. I nerazzurri l’hano fatto in tre bocconi. Ha dato il primo morso sul finale del primo tempo, con Calhanoglu, il Napoli ha messo la coda tra le gambe e non sapeva più come uscirsene. Gli ospiti non hanno infierito, avrebbero potuto.

In campo, Mazzarri ha preferito Natan terzino sinistro (esperimento da non ripetere mai più) con Ostigard (forse il migliore tra i suoi) in coppia al centro con Rrahmani. La prima frazione è scivolata via veloce senza azioni degne di nota, nê da una parte, nê dall’altra, anzi solo tre contate: un tiro di Elmas, la traversa di Politano, la rete di Cahlanoglu dalla distanza. La ripresa molto fisica, con gli azzurri che vorrebbero riprenderla senza averne i mezzi, si concedono agli ospiti in totale confusione, reparti distanti e mancanze di idee, fase offensiva sterile, quella difensiva da nuovi mostri. L’Inter anestetizza la prima e approfitta della seconda. Arriva il raddoppio di Barella che slalomeggia in aria alla Alberto Tomba osservato dai difensori azzurri, i quali poco dopo perderanno di vista un inserimento (evento straordinario) alle spalle di Thuram che “tapinerá” in porta il 3 a 0. Giu il sipario al Maradona sulla tragedia. Da ricchi a poveri, da campioni a reietti.

Uscire dal baratro sarà tremendamente difficile, perché gli errori strutturali estivi non hanno quasi mai soluzioni immediate. C’è solo da arginare, limitare i danni. Lo si può fare solo sul campo, lo può fare solo Mazzarri rivoluzionando il Napoli come un calzino dal punto di vista filosofico. L’obiettivo scudetto è da ridimensionare, si guardi alla Champions, e si faccia la corsa solo sul quinto, senza troppi fronzoli di modulo o di gioco. I conti poi si faranno a fine stagione, e se non dovessero essere quelli grossi d’Europa, forse, solo in quel caso, il Presidente potrebbe farsi un mea culpa.