Quando Bugatti sconfisse la febbre contro la Juventus
Quello che accadde a Torino, prima di Juventus Napoli del 24 novembre 1957, è rimasto nella storia e nelle leggende delle cronache pallonare.
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© FOTO ARCHIVIO PERSONALE DAVIDE MORGERA
Chi ha paura del Covid? Chi aveva paura di una febbre che avrebbe potuto impedire ad un giocatore di scendere in campo? Oggi bisogna stare attenti ai primi sintomi di influenza, ad una febbricola, una tosse, un mal di schiena o un raffreddore. Può essere Covid o l’amico Omicron, si deve andare coi piedi di piombo. Spesso, purtroppo, non è un semplice sbalzo della nostra temperatura corporea dovuto ad un colpo di freddo. Dunque una gara, dieci gare, un campionato di calcio, possono essere a rischio e comprometterne la regolarità.
Si parte, non si parte. Chi parte, chi non parte. Tampone o non tampone, vaccino o non vaccino, positivo o negativo. Il dubbio amletico fende l’aria e penetra nei pensieri reconditi di chi deve schierare la migliore formazione possibile per affrontare i rivali storici della Juventus, per giunta in quel di Torino. Si contano, come si dice a Napoli, “i morti e i feriti”, gli arruolabili e gli acciaccati, per mettere in campo gli atleti con “meno problemi”.

Copertina del Calcio e il Ciclismo illustrato.
Più di sessanta anni fa, però, quando il Covid era fantascienza e probabilmente poteva sembrare una parola di un incomprensibile dialetto italico, si scendeva in campo anche febbricitanti. È ovvio che si discute di casi particolari, forse anche rari, perché se il medico sociale ti diceva che la partita non la potevi giocare, avendo 40 di febbre, non potevi far altro che ubbidire e non rischiare.
Quello che accadde a Torino, prima di Juventus Napoli del 24 novembre 1957, è invero rimasto nella storia e nelle leggende delle cronache pallonare. Hotel in centro, a Torino, fa freddo e tira un’aria gelida fuori. Vigilia della partita, Ottavio Bugatti, il “gatto magico” che difendeva la porta del Napoli già da 4 stagioni e che l’avrebbe difesa ancora per altre 4 annate, si sente accaldato. Non ha voglia di toccare cibo e qualche dolorino fa capolino quà e là nel suo atletico corpo di portiere di indiscusso valore. Chiama Athos Zontini, il medico sociale che, una volta salito nella sua stanza d’albergo dove il Napoli era in ritiro, lo guarda, vede i suoi occhi lucidi e sentenzia : “Hai la febbre alta, domani non puoi giocare”.

Bugatti esce su Charles.
Si parla di influenza “asiatica”, il termometro segna 39,7, è da incoscienti pensare di giocare. Bugatti fa il matto, ci tiene troppo alla partita contro i bianconeri. La sua reazione è un misto di rabbia e rassegnazione, cerca una soluzione insieme al medico, vuole giocare. Mangia un brodino con un groppo in gola e va a letto con la febbre ancora alta. L’inquieto Ottavio dà un risvolto alle coperte e con pazienza cerca di prendere sonno sperando di avere solo qualche decimo la mattina seguente. Ecco, noi non siamo il cuscino dove mise la testa il buon Ottavio, un personaggio anche fuori dal campo per genio e sregolatezza pur essendo un portiere. Siamo, però, certi che quel cuscino fu tormentato da mille pensieri la nottata di quel sabato.
La mattina seguente, il giorno della partita, Ottavio si sente un po’ più fresco, appare ottimista per la gara del pomeriggio. Zontini, il cui primo pensiero era stato quello di andare a vedere le condizioni del portierone azzurro, gli conferma che per lui non può scendere in campo, ha ancora la febbre a 38, è un rischio per lui e per la squadra. Brenno Fontanesi, il secondo portiere, è giovane e fino a quel momento ha collezionato solo 10 presenze in serie A nei precedenti campionati. Viene giustamente allertato perché potrebbe essere proprio lui a sostituire il titolarissimo Bugatti tra i pali. Invece il suo destino, in quel campionato, era forse già scritto. Infatti Fontanesi collezionò la miseria di tre presenze perché Amedeo Amadei lo fece giocare solo le ultime tre gare di campionato, altro che scendere in campo con la Juve!

Bugatti si distende in volo.
Il Napoli schiera il giovane Gasparini ala sinistra al posto dell’indisponibile Pesaola e Del Bene in luogo di Brugola, anche lui non arruolabile. Per il resto la formazione è quella base con Bugatti in porta, Greco e Comaschi marcatori implacabili, Posio e Franchini a fare densità a centrocampo ed un attacco che non ha timore di schierarsi con tre punte effettive. A pungere la retroguardia juventina sono, infatti, Vinicio, Di Giacomo e Novelli. Resta solo la grossa incognita, prima del fischio d’inizio, delle condizioni del portiere azzurro. Bugatti ha ancora la febbre ma sente troppo la gara e non ci pensa su due volte, è scontro verbale con Zontini. È regolarmente tra i pali.
E qui sveliamo un piccolo retroscena. Proprio prima di quella partita Ottavio Bugatti, già in Nazionale, doveva ricevere il “Premio Combi” quale miglior portiere italiano della stagione precedente. Poteva mai mancare? E sarà proprio lui l’eroe della giornata con parate strepitose sugli avanti juventini, gente del calibro di Charles, Sivori, Boniperti e Nicolè. Bugatti sembra fare a gara con il termometro e più sente la febbre e più si esalta. Para di tutto, anche di piedi ma ciò che colpisce del numero uno del Napoli è la sua plasticità nel volo, nell’andare da un palo all’altro della porta come se fosse in piena forma fisica. In realtà è più che febbricitante e a lui, insieme ad una gara perfetta ed accorta degli azzurri, va ascritto il merito di quella preziosissima vittoria fuori casa.

Bugatti riceve il Premio Combi quale miglior portiere del campionato dalle mani di Agnelli prima della partita.
Segna prima Vinicio di testa poi pareggia Charles ancora di testa e la gara sembra in bilico. Ma prima Novelli, da due passi, e poi Di Giacomo su punizione danno il colpo di grazia alla Vecchia Signora nell’ultimo quarto d’ora. Fu così che la febbre, da Bugatti, passò ai tifosi juventini che videro, per la prima volta in quella stagione, violare il proprio campo. Quella vittoria per 3 a 1 richiamò poi anche quella del novembre 1986 che, con identico punteggio (Giordano, Ferrario e Volpecina), portò il Napoli a vele spiegate verso il primo tricolore della sua storia.
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