Quando torneremo a vivere normalmente la nostra passione?
Il racconto della gioia di indossare delle scarpette da calcio e del sorriso del primo scatto in amichevole in un quadro, però, malinconico.

Come si scrive un buon articolo di giornale? Non lo so.
Questa è la prima volta che mi cimento, però ho deciso di partire con il botto. O almeno provarci.
E visto che siamo in vena di partenze, vorrei raccontarvi quel che per me è stato l’inizio di questo 2022, sospeso a metà tra un tampone negativo e la gioia di poter rindossare, dopo la pausa natalizia, le mie scarpette ancora sporche dall’ultimo allenamento.
Nel momento esatto in cui sto battendo avidamente le mani sulla tastiera, provo un dolore assurdo in tutte le parti del corpo, il classico male post partita che porta a chiedersi: “Ma chi me l’ha fatto fare?”
Già, chi?
La risposta è semplice ma non scontata: il sorriso che questo pomeriggio ho provato dopo il primo scatto nella prima amichevole dell’anno.
Ecco cosa mi spinge ad aver male per tutta la sera e per i giorni che verranno.
Giocare oggi, con tutto quel che sta avvenendo in Italia, è sembrata quasi un’utopia (fortunatamente realizzata).
Perché in concreto, in questi quasi due anni, è cambiato davvero tutto. Tranne la passione ovviamente.
Certe situazioni sono diventate estreme, logoranti e poco stimolanti. Si è creata una sorta di bolla che non permette, o almeno così è per me, di vedere al futuro con speranza ed ottimismo.
Le società fallite in questo periodo devastante sono state molte, e molte ancora si aggiungeranno alla lista.
Anche per questo è stato utopico tornare in campo, oggi come a settembre.
Quel che mi chiedo, forse anche troppe volte al giorno, è quanto potrà andare avanti una situazione del genere. Riusciremo davvero a vivere nuovamente tutto come prima di questo incubo?
Difficile pronosticare.
Oggi un amico mi ha detto: “osa, dribbla, calcia, che magari domani ci sospendono tutto!”.
Ecco, in queste poche parole ci sono due strade che potrebbero far riflettere il lettore. La prima serve a far luce sulla passione, ma vi servirebbe osservare lo sguardo malinconico di chi mi parlava. La seconda, che potete percepire solo leggendo, è quella dell’assurdità. L’assurdità di dover vivere la propria passione con la paura che qualcuno, o qualcosa, ci porti via nuovamente tutto.
Fisicamente è stato un buon inizio. Mentalmente, da quasi due anni, credo che non sia mai arrivato un reale inizio per nessuno. Un reale momento in cui pensare “Cazzo, ci siamo! Siamo tornati!”.
Questa è la più grande tristezza che questo virus lascerà, una tristezza che probabilmente verrà fuori tra qualche decennio, quando quelle scarpette andranno sul chiodo e questi due anni, o tre quanti saranno, non ci verranno mai ridati indietro.
Perché la vita va più veloce di quel “tiro della domenica” che ti fa vincere la partita.
